Come diceva la mia mamma quando scorreva tutti i canali della tv, “faccio una bella carrellata!”. Io non la faccio per i programmi in televisione ma per tutta una serie di dischi interessanti usciti lo scorso anno ma che, vuoi perchè ascoltati all’ultimo tuffo, vuoi perché simili ad altre cose forse un pizzico più meritevoli, non hanno trovato spazio nella classifica finale.
Ma andiamo con ordine. Come on guys!
A volte ritornano (in forma)


Nella sezione “grandi ritorni” abbiamo sicuramente quello dei Suede e dei Coroner. La band di Anderson ritorna con Antidepressant, un disco che li ha riportati all’attenzione di molti ascoltatori e testate specializzate, dando una veste moderna al punk e alla new wave degli esordi.
La storica band svizzera invece ritorna dopo ben 32 anni (l’ultimo disco, Grin, è del 1993), con Dissonance Theory, un album che propone un solido technical thrash metal mescolato al progressive, incalzante e torrenziale. La band di Ron Broder fa quello che sa fare da sempre e lo fa al suo meglio. Piccola curiosità, questo disco è stato uno dei più venduti in Italia in formato fisico dell’anno.
Del nuovo album dei Pentagram ne avevo già parlato qua.
Coordinate irregolari
Tre dischi dalle influenze e dai risultati particolari.



Il primo è il ritorno dei Drudkh con Shadow Play, il tredicesimo album in studio per la band ucraina. Un lavoro solido, che si dipana in un black metal atmosferico e ipnotico, dove la ferocia non è mai fine a se stessa ma serve a creare un tappeto sonoro malinconico, quasi meditativo. È un disco maturo del quale se ne parlato troppo poco.
Il secondo è anch’esso un ritorno, quello di Anna von Hausswolff con ICONOCLAST. Dopo l’intermezzo strumentale di All Thoughts Fly (2020), in questo nuovo lavoro vi è il ritorno della voce dell’artista svedese, vero e proprio strumento principale soprattutto nella prima parte dell’album. Il sound si fa meno scarnificato e più folk, quasi celestiale, cosmico, supportato magistralmente dal sax di Otis Sandsjö. Un disco che tratta la perdita, la fede, l’amore, la vecchiaia, la depressione in questi nostri tempi difficili tempi moderni.
Il terzo è Insatiable, l’ultimo lavoro dei Divide And Dissolve, progetto personale della polistrumentista statunitense Takiaya Reed. Anche qua si ha davanti un monolite nero fatto di sludge e doom, tra percussioni e droni mastodontici. Di sangue cherokee, Takiaya nei titoli delle canzoni rende omaggio ai suoi antenati opponendosi alla supremazia bianca e invocando la sovranità indigena.
Bene, bravo, bis!



Ancora per The Flenser, dopo i Chat Pile e gli Agricolture, viene pubblicato uno dei dischi più interessanti dello scorso anno. Parlo di Labyrinthine, seconda prova del trio tutto al femminile proveniente da Los Angeles, i Faetooth. Ma il loro sound non ha niente a che vedere con la Città degli Angeli. Le nostre propongono infatti un ipnotico intreccio pescando tra la lentezza del doom, la melmosità dello sludge e la carezza dello shoegaze, con una punta di black metal nella seconda voce. Avevo dischi simili in classifica e per non ripetermi non l’ho inserito ma resta senz’altro un lavoro da tenere a mente.
Altra conferma, pur rimanendo sulle medesime coordinate, sono i nuovi lavori dei Coltaine e dei Castle Rat. Per la band tedesca, Brandung si rivela una solida prova di conferma dove si cerca di lavorare di sottrazione, con un approccio più minimalista ma improntato a realizzare un sound design più stratificato sempre popolato da elementi presi dal doom, dal neofolk e dal post-rock più chitarristico, impreziosite dalla meravigliosa voce di Julia Frasch.
La band americana, capitanata dalla rossa Riley Pinkerton, con The Bestiary continuano a proporre la loro personale visione di un “doom con gli spadoni”. L’originalità non è il loro forte ma comunque l’album, finanziato interamente con una campagna Kickstarter, continua a proporre una solido heavy metal minimale ma d’effetto, andando a pescare in tutta la (prima produzione) sabbatiana ed oltre (Candlemass). Dedicato a chi piacciono le cose della vecchia scuola.
Non me ne intendo ma…


Generi come l’hardcore o il metalcore non sono proprio di casa da queste parti ma volevo comunque segnalare Belly of the Beast dei newyorkesi Combust (nei ho già parlato qua) e Keep It Quiet dei Greyhaven, anche loro americani. In particolare quest’ultimo si presenta come un album dal groove solido, con dei riff di chitarra precisi, una melodia sempre accattivante e dai ritornelli appiccicosi da maneggiare con cura.
Rock e dintorni


Nella sezione più tendente all’hard che non all’heavy, segnalo l’ultimo lavoro di Samantha Fish dal titolo Paper Doll. La chitarrista americana si conferma ancora una vera e propria blues woman, tirando fuori un eccellente prova sia a livello strumentale che vocale, proponendo un solido blues rock dalle diverse sfumature boogie e rock’n’roll.
Mi dispiace averle relegati a giusto due parole ma io più di questo sui Black Keys non so più che dire: li ho persi diciamo da El Camino in poi. Sinceramente di album brutti in senso stretto non ne hanno mai fatti e anche questo ultimo No Rain, No Flowers non si discosta molto dalle loro ultime produzioni. Un buon groove riconoscibile, ottimamente suonato e ben prodotto ma che non va oltre a strutture pop (On Repeat ha quel ritorno catchy che rimane nelle orecchie per un po’) e easy listening ormai consolidati. Non è necessariamente un male, ma ormai da tempo non c’è più quel quel guizzo di originalità che li aveva contraddistinti in album come Brothers.
Portabandiera azzurri


Rimanendo nei nostri confini, non si può non nominare il primo lavoro sulla lunga distanza de Nel Buio con il loro omonimo album. Il progetto (abbastanza misterioso devo dire la verità) di Clod “the Ripper” De Rosa fonde il black metal con elementi dark e synthwave. Il risultato è sicuramente originale e di alto livello, un nero poema urbano squarciato da lampi al neon diviso in due parti facilmente leggibili mettendo insieme i testi delle canzoni. Non per tutte le orecchie (e gusti).
Dalla sempre più sperimentale Sardegna arriva Dalila Kayros con il suo nuovo lavoro Khthonie. Folk, beat, avantgarde e death metal in un lungo sabba nero direttamente dalle viscere della terra, teatrale e viscerale quando basta.
Campionato a parte


Se già la musica dei singoli è qualcosa che definire particolare è riduttivo, figuriamoci se collaborano assieme. Parlo dei Sumac con Moor Mother in The Film. Ne ho già parlato qua.
Altro lavoro di difficile collocazione è Specrtal, nuovo lavoro di Reto Mäder con il moniker Sum of R. La psichedelia più allucinata che incontra il black metal, tra droni, rumori, lamenti, urla e altri diavolerie varie. Prendete gli Om, gli Earth, i Sunn O))) e così via.
Il famoso “lavoro minore”


Lavori un po’ strani per due giganti della musica ambient contemporanea. Il primo è Even The Horizon Knows Its Bounds di Lawrence English, dove il compositore australiano rielabora i contributi forniti da diversi numero di artisti per un’installazione sonora del 2022 alla Art Gallery of NSW, trasformandoli in ambient-drone dal respiro profondo su appoggiare qualche nota di un piano riverberato.
Il secondo è Shards di Tim Hecker, una raccolta di brani scritti dall’artista canadese per varie colonne sonore composte negli ultimi anni che non hanno mai trovato spazio nelle pubblicazioni precedenti. Per chi conosce bene Hecker saprà a quale fase della sua carriera corrispondono ed anche se sono dei piccoli frammenti è impossibile non sentire “quella” vibrazione che solo un certo tipo di musica sa dare.
P.S. Peccato che, a fronte di un ritornello sì orecchiabile ma fortemente debitore di una italodisco anni ’80, non si sia affondato il colpo trasformando un Esibizionista in un Narcisista, figura molto in voga di questi tempi.




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