
“Certamente, May” rispose l’um e poggiò la mano contro la porta di servizio, facendo scattare la serratura. “Fammi sapere se posso fare altro per eliminare gli attriti dalla tua vita”
Tra recuperi, manuali, grandi classici e graphic novel sentivo il bisogno di leggere qualcosa che fosse uscito di recente, sia per affrontare delle tematiche “al passo coi tempi” sia per stare al passo con le novità editoriali senza poi doverle recuperare in futuro. Quindi ho messo mano alla mia lista 2025 su IBS e sono andato a pescare alla cieca. Non vorrei sbagliarmi, ma credo di aver trovato questo Um di Helen Phillips su consiglio di Wired. È uscito in lingua originale (il titolo è Hum) nel 2024 ma è stato tradotto e pubblicato da Nottetempo qualche mese dopo.
Helen Phillips è nata nel 1981 in Colorado, si è laureata alla Yale University nel 2004 e, dopo essersi trasferita a Brooklyn con il marito, l’artista Adam Douglas Thompson, è diventata professore associato di scrittura creativa presso il Dipartimento di Inglese del Brooklyn College.
Il suo debutto è stata la raccolta di racconti And Yet They Were Happy, pubblicata nel 2011, seguita da Here Where the Sunbeams Are Green l’anno successivo. Nel 2015 esce il suo primo romanzo The Beautiful Bureaucrat (in Italia uscito con il titolo La bella burocrate per Safarà nel 2017) mentre l’anno successivo torna con un’altra raccolta di racconti dal titolo Some Possible Solutions (in Italia tradotto con A tutto c’è rimedio sempre per Safarà nel 2018), che le permette di vincere il John Gardner Fiction Book Award. L’ultimo romanzo, dal titolo The Need (non ancora tradotto in italiano) è del 2019 e le ha valso una candidatura al National Book Award.
Le premesse sono interessanti e per me era un’autrice sconosciuta.
Ma andiamo con ordine. Come on guys!
In un futuro dominato dalla tecnologia e segnato dal cambiamento climatico, gli esseri umani vengono sempre più rimpiazzati nel lavoro da degli umanoidi intelligenti chiamati “um” (hum in lingua originale). Per questo motivo May ha perso il posto di lavoro ma, in cambio di denaro, accetta di sottoporsi a una procedura sperimentale per alterare le sue fattezze e renderle meno identificabili dagli algoritmi di riconoscimento facciale. Con i soldi guadagnati, May acquisterà una costosa vacanza di tre giorni al Giardino botanico, un’oasi verde e apparentemente incontaminata nel cuore della città, da passare con la propria famiglia (il marito Jem e i figli Lu e Sy) sperando in un momento di “disconnessione digitale” per poter consolidare il legame tra loro. Purtroppo per May le cose non andranno come aveva pianificato e sperato.
In un non meglio precisato anno, la famiglia May-Webb vive nel proprio modesto appartamento in una non meglio precisata metropoli dall’aria irrespirabile.
Tutti i membri della famiglia indossano un “bunny”, un braccialetto biometrico capace di trasmettere agli smartphone salute e posizione, la sera si rifugiano nei propri “grembi”, sorta di “tende personali” dove poter osservare i propri contenuti multimediali preferiti o fare ricerche in rete. Il telefono è diventato non più una connessione ma un generatore di FOMO dilagante (“Cosa c’è dentro il tuo telefono che non sia proprio qui davanti a te? C’è una persona nuda nel tuo letto. C’è brezza in giardino.”) Eppure sapeva che dentro il suo telefono c’era moltissimo che non si trovava proprio lì, davanti a lui. “L’universo intero.”).
La pubblicità è ormai diventata onnipresente, spesso sotto forma di abbonamento (“Vedi, May,” rispose l’um, “lo scopo della pubblicità è aprire un varco nel tuo cuore, per poi riempirlo di plastica o di qualsiasi altro materiale estraibile dal pianeta che, dopo una breve permanenza come oggetto di desiderio, viene trasformato in rifiuto”) e l’affitto di spazi pubblicitari permette ai prezzi degli oggetti di essere bassi.
Alla Phillips non interessa creare, come nei più famosi romanzi del genere distopico, il mondo del futuro nella sua totalità ma solo fornire alcune scarne indicazioni per far capire a noi che leggiamo il contesto in cui è immersa la famiglia Webb. Sostanzialmente, l’autrice ha scritto un libro nato già vecchio. E questo non lo dico io ma lo dice lei stessa nelle note in chiusura, in cui cita tutte le fonti da cui ha tratto il materiale, durante la pandemia, per scrivere questo libro: sono articoli di giornali, interventi a convegni, pubblicazioni su importanti riviste, tutti datati in un periodo che va dal 2015 al 2020. La Phillips non fa altro che contestualizzare in futuro alcune cose che “fino a ieri” erano già in una fase embrionale ma che rappresentavano già “il domani” e che sono attuali nel nostro presente.
Qui non vi è una lotta tra “uomo e macchina” perché May sa benissimo che il mondo è ormai andato in una direzione irreversibile ma vi è solo la volontà di un essere umano nel voler riaffermare la propria umanità attraverso ciò che gli è più caro, ovvero la propria famiglia. La protagonista cercherà di ripristinare la prima forma di connessione umana, quel contatto fisico che va e che viene come se fosse un elastico, forzando il rapporto con lo sfuggente marito (“Il sesso nel contesto del matrimonio, che atto sovversivo. L’eccezionalità della pelle vera, grazie all’ubiquità dei grembi, quella gamma completa di corpi in offerta”), togliendo i bunny ai bambini, marcando la loro presenza sempre da vicino, e utilizzando l’impronta digitale come riconoscimento verso gli um in quanto quello facciale è impossibile a causa dell’operazione subita. La trasformazione di May doveva essere nelle sue intenzioni il primo vero atto di reazione contro il sistema che l’aveva privata del lavoro. Ribaltando il concetto di chirurgia estetica moderna, dove pagando si cerca di sfuggire solo ed esclusivamente al tempo (“Sapevi che si poteva capire l’età di una donna dall’aspetto delle sue mani, anche se per il resto si mantiene bene?” è lo slogan di una pubblicità) e dove la felicità della sua famiglia giustifica l’equiparazione dell’uso del corpo a un compenso, l’intento di farsi cambiare i connotati doveva servire per sviare il controllo facciale degli um. In realtà ben presto scoprirà che questo non è altro che una campagna di machine learning per addestrare il modello alla base di questo processo, innescando un cortocircuito tra l’essere e l’apparire.
La sua lotta proseguirà dopo l’incidente al parco in cui si ritroverà in una situazione kafkiana, cercando un disperato appiglio tra i due mondi. In quello umano troverà solo un muro fatto solo di individualità, dove la sua amica Nova, ora neo-mamma single ma prima repellente ai bambini, si addormenterà proprio durante un loro incontro ed il marito starà dietro a un nuovo e misterioso lavoro (“Aprì l’app dei cuori e fissò le quattro icone pulsanti sulla mappa. Due a scuola. Uno nel guardaroba di un morto. Uno da solo, solissimo, seduto a un tavolo in un appartamento”). In quello degli umanoidi troverà invece solo contenitori di ciò che gli è stato messo dentro, incapaci di tirare fuori tra miliardi di dati un pensiero proprio, originale e profondo (“Vuoi acquistare il libro, May?” “Quale libro?” “I libro, May, da cui sono estratte queste citazioni” “Sono frasi di un libro?” “Certo, May” “Pensavo fossero tue”), diventando solo un intrattenimento per bambini (“Lascia che per distrarti io indovini qual è il tuo colore preferito, Sy.” disse l’um. Il torso emanò un bagliore celeste. “Si!” esclamò Sy “È anche il mio colore preferito,” disse l’um. “Davvero?” chiese Sy “Non ho un colore preferito, l’ho detto solo per costruire fiducia tra noi”).
Scritto in una prosa asciutta senza orpelli, con frasi brevi come se fossero immagini e una struggente compassione, um racconta il mondo dell’individualità e degli affetti in un futuro distopico che appare pericolosamente vicino al presente, concentrandosi sulle ansie della genitorialità, sulla mercificazione del corpo e dell’identità nell’era dell’intelligenza artificiale.
May desiderava, se non proprio un mondo diverso, una porzione di esso dove poter (ri)chiudere la propria famiglia. E forse anche se stessa.
Helen Phillips – Um (nottetempo, 2025, 312 p.).




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