
“Oh ma allora si va a vedere i Messa?” “Ah io sì, anche se è San Valentino!”
Questo scambio di battute tra me e il fidato brò racchiude l’impazienza con cui aspettavo dal vivo la band veneta. Era da un po’ che le stavo dietro ed avevo messo in programma — anche se non nego con un pizzico di malavoglia — di andarli a vedere alla fine di gennaio al Lokomotiv di Bologna. Una mezza soluzione mi era stata data dall’annuncio della loro presenza al Pistoia Blues di quest’estate, ma solo come gruppo di apertura per i The Darkness (che io non conosco); l’aggiunta in corsa al loro piccolo tour italiano di dieci date — tra cui un mini festival sold out con Nubivagant, Ottone Pesante e Ponte del Diavolo all’Hiroshima Mon Amour di Torino — della tappa livornese ha messo tutti d’accordo.
Sul quartetto veneto ho già speso tante parole con l’ultimo album The Spin, una delle migliori cose che ho ascoltato lo scorso anno, quindi non sto a ripetermi.
Quindi andiamo con ordine. Come on guys!
Visto che il Cage è a 5 minuti di macchina da casa mia, per una volta ce la prendiamo comoda e addirittura ci facciamo un bel rigatone al ragù bianco seduti comodamente al tavolo di casa.
Con il fidato brò e compagna arriviamo dentro al locale a metà dell’esibizione dei Red Kaos, interessante gruppo toscano che propone una bella e ruvida miscela di doom, stoner e grunge; non brilla per originalità, ma compensa con il groove e l’esecuzione. Non sono riuscito a trovare nessun loro lavoro, però ho scoperto che il 7 febbraio avevano suonato insieme ai Lord Elephant in occasione della presentazione del loro ultimo disco Ultra Soul (ne ho parlato qua). Peccato non averlo saputo per tempo, sarebbe stata un’altra serata su cui puntare una fiche.
Alle ore 22.15 sale sul palco l’altra band toscana, i Vesta. Il trio viareggino ci azzoppa subito con la sua monolitica miscela di post-metal infarcita di momenti psych, sludge e doom, grazie all’impetuosa sezione ritmica e a taglienti assoli di chitarra. Tanto per farsi un’idea, si va dalle parti di Motorpsycho, Colour Haze, Russian Circles, Electric Wizzard, con qualche break alla Tool e ai nostri Ufomammut. Hanno registrato due dischi, l’omonimo nel 2017 e Odyssey nel 2020, entrambi per la Argonauta Records. Non resta che ascoltarli.

Alle ore 23, in un locale che purtroppo non riesce a riempirsi e con un’età media decisamente over, sale finalmente sul palco la band veneta. Mettono subito a segno una bella doppietta, tratta da The Spin, con Fire on the Roof e At Races. Ma alla base dell’esecuzione c’è un grosso problema: il volume del microfono di Sara Bianchin è praticamente a zero e le due canzoni sono di fatto eseguite senza voce. Prima della successiva The Dress, la cantante ci dà il benvenuto e ci ringrazia per essere venuti, ma qualcuno le fa gentilmente notare quanto accaduto in precedenza, con quel tatto elefantiaco che solo noi livornesi abbiamo (“Eh devi arzà la voce!”). Lei, un particolare incrocio tra Mercoledì e Tony Iommi, fa spallucce e un po’ se la prende a male non capendo cosa le sia stato detto. Fortunatamente chi era al mixer ha capito bene ed è riuscito a sistemare le cose.
Passato questo primo inghippo, la serata acquista via via sempre maggior intensità con la solidissima sezione ritmica del duo Zanin –Toaldo su cui si poggiano gli assoli al fulmicotone di Alberto Piccolo e le morbide linee vocali di Sara, salvo lasciare il palco nella coda finale di Thicker Blood. Si fa una pausa da The Spin per entrare nelle atmosfere mediterranee e mediorientali di Close, il disco del 2022, con Pilgrim e Rubedo. Anche Leah sarà un altro brano non da The Spin ma da Feast Of Water, album del 2018.
Passata la mezzanotte è arrivato il momento di serrare le file e di un ricambio generazionale, in quanto fuori dal Cage ci sono tanti ragazzini che aspettano che i “matusa” vadano a letto per fare la loro serata. I nostri non si perdono d’animo e piazzano Immolation, dove finalmente viene fuori tutta la bellezza dreamy della voce di Sara, Reveal con il suo bell’intro bluesy e le scorribande heavy di Void Meridian. Peccato solo che il locale sia un po’ troppo rumoroso nelle retrovie, perché a Livorno in silenzio non ci si sa stare e bisogna chiacchierare anche in chiesa.
Niente encore: il quartetto veneto ci saluta, ringrazia l’organizzatore, le altre band e il Cage per la serata. Rimane giusto il tempo per fermarsi al banco del merchandising e comprare Close per me e The Spin in vinile per il brò.
Termina una bella serata, dove finalmente l’essere riuscito a fare qualcosa “a casa mia” ha la meglio anche su alcune piccole incertezze. Per questo bisogna rendere onore al The Cage per aver portato in terra labronica una delle migliori realtà italiane (forse la migliore in campo heavy, pur se derivativa) e di respiro europeo.
P.S. Per la scaletta del concerto sono andato a memoria e ho preso quella dell’Hiroshima Mon Amour perché su setlist.fm la data di Livorno è vuota, quindi è possibile che vi siano alcuni errori.




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