Si sono svolti martedì i funerali di Federico Frusciante, “l’ultimo dei videotecari”, come era stato definito dalla stampa, morto improvvisamente domenica pomeriggio all’età di 52 anni.

Sinceramente non pensavo che la sua morte potesse avere un’eco così vasta. Credevo fosse un personaggio sì conosciuto su internet, ma non oltre il proprio circolo di simpatizzanti. E invece non è stato così. Della sua scomparsa hanno parlato praticamente tutti i principali media nazionali come il Corriere della Sera, Repubblica e Il Fatto Quotidiano; in tanti hanno reso omaggio al critico livornese, compresi importanti siti online come Fanpage, Il Post, Ondacinema e i400calci. Falconero gli ha addirittura dedicato spazio nel suo weekly del sabato mattina.

Io personalmente non conoscevo Federico, ma conoscevo “il Frusciante”. Non c’è livornese della mia età che non sia andato, alla fine degli anni ‘90, dall’allora VideoVip, una filiale in franchising all’angolo tra Via delle Grazie e Piazza della Vittoria. Insieme al suo socio Filippo, erano quelli che avevano i film “un po’ strani” e, quando si entrava lì dentro, si rimaneva colpiti da quel muro di VHS, copertine e poster. A volte esagerava un po’ con i consigli, come quando mi diede Mulholland Drive per una serata in cui non era richiesto nessun sfoggio di qualità particolari (ci siamo capiti), o quando volle congratularsi con la ragazza con cui ero al telefono perché chiedeva se avesse La casa dei mille corpi.

Poi è arrivato il download da Internet, le videocassette hanno ceduto il posto ai DVD e io, all’inizio degli anni ‘10, l’avevo ritrovato per caso su YouTube. Anche lui c’era finito per caso: erano delle registrazioni fatte qualche anno prima assieme ai Licaoni dove, con una dissacrante ironia parlava di alcuni film e del cinema contemporaneo. Le sue invettive contro Michael Bay e il suo cinema “reazionario e fascista” dove si insegna a chi “fai i bui in terra a diventà astronauti invece di fare il contrario” rappresentano tuttora uno dei momenti più esilaranti presenti sulla piattaforma.

Da qui nacque una popolarità inaspettata fatta di collaborazioni, presenze ad eventi, conferenze e interviste di prestigio (all’edizione del 2016 del Lucca Comics intervistò George Romero) a cui non si negava mai. L’attività in rete era proseguita anche quando si era trasferito in via Magenta, cambiando il nome del negozio in Videodrome, titolo preso non a caso dal famoso film di David Cronenberg del 1983. Costantemente registrava e pubblicava delle monografie su i più importanti registi delle storia del cinema.

Sapeva benissimo che il suo negozio aveva le ore contate e il Covid sancì definitivamente la vittoria dello streaming nei confronti del noleggio (“Se per salvare la razza umana ogni essere umano dovesse noleggiare un film al giorno, saremmo già tutti morti”). Era riuscito a trovare il suo spazio in rete — il suo canale contiene più di cinquemila video, dove alcuni sono delle vere e proprie pietre miliari della divulgazione cinematografica — e per stare tra le persone aveva fondato I Criticoni, un collettivo formato con Francesco Alò, mr. Marra e Victorlaszlo88 con cui andare nei cinema di tutta Italia a vedere un film e poi discuterne dopo la proiezione.

In questi giorni mi è capitato di vedere tanti suoi video sui social e ho capito che lui il meglio lo dava quando poteva parlare a braccio di quella cosa che sapeva meglio: il cinema. Sotto quella fisicità da Mangiafuoco, in realtà, si celava un ragazzo non più giovane che ancora sapeva emozionarsi di fronte a qualcosa; quando ad esempio parlava di 2001: Odissea nello Spazio, un film di più di sessant’anni fa, notavi quella luce in fondo agli occhi tipica di chi ha scoperto un tesoro ma che, a differenza di Gollum, non ha intenzione di tenerlo per sé, ma non vede l’ora di condividerlo con gli altri. Aveva capito che l’arte, in tutte le sue forme e declinazioni, deve avere la funzione di raccontare il presente ed aveva trovato nel cinema la sua espressione più completa, con delle risposte a domande impossibili da trovare altrove (“Gradisco che il cinema mi racconti la realtà attraverso cose che non vedo”).

Contro ogni algoritmo (“stai lì a scorrere la solita lista per due ore”), sempre alfiere della prima visione in sala — non amava le serie TV in quanto le riteneva solo lunghe operazioni commerciali per un format meramente televisivo — come sorta di terapia al buio (“così alzi il culo dal divano e dopo si va a bere una birra e si parla del film!”), aveva fatto del cinema una vera e propria battaglia personale, politica, culturale e sociale. Di mai nascosta fede comunista, aveva sofferto profondamente l’espressione “con la cultura non ci si mangia”, indicando il volontario impoverimento culturale di un Paese come una prima forma di controllo di massa da parte delle istituzioni. Lui la sua cultura se l’era fatta da solo (si definiva un “terzamediano”), spinto dalla curiosità senza fini accademici o intellettuali, e non aveva mai accettato l’etichetta di YouTuber, content creator o, peggio ancora, di critico cinematografico. Forse avrebbe potuto arrivare anche più in alto, ma qua si entra nelle pieghe personali dei “se e dei mai” che ogni persona ha e qua mi fermo.

Era entrato su YouTube con una sfrontata ironia, parlando a braccio per ore, fumando una sigaretta dietro l’altra, con le sirene delle ambulanze di sottofondo o con gente che provava ad entrare anche se il negozio era chiuso (“Si apre alle tre!”). E anche ora che la piattaforma ha delle regole precise, dove i contenuti sono “telefonati” dall’alto e realizzati in maniera ultra professionale con titoli che ammiccano al clickbait e copertine cringe, lui si presentava al buio con solo il suo faccione in un video dalla durata di più di venti ore. Aveva la dote del comunicatore, riusciva piano piano a farti capire il suo ragionamento e ciò che stava dietro ad esso e, pur di spronarti ad andare oltre il proprio orticello, arrivava anche a offenderti la mamma. In tanti non erano d’accordo con lui ma sono proprio queste persone che gli hanno reso un sentito omaggio perché orfani di un interlocutore scomodo ma prezioso.

Il linguaggio schietto e diretto, un po’ sboccato, sempre ricco di colorite similitudini e quel “deh” in bocca dai mille significati tipico di noi livornesi, non tradiva una povertà di pensiero, ma anzi era un modo per smontare modelli precostruiti e coinvolgere più persone possibili, spostando la discussione su temi più scomodi e spinosi — come la famosa soggettività nell’arte, per lui vero motivo di discussione — senza voler per forza piacere a tutti, senza mai buttarla in caciara e senza mai tradire la propria onestà umana e intellettuale.

Con la scomparsa del Frusciante ora e del suo Videodrome prima, se ne va anche una figura sempre più rara nella nostra società, quella del commerciante “‘di una volta”, detentore di una conoscenza ed un’esperienza profonda accumulata in una vita di lavoro fatta “in bottega”.  Era più conosciuto fuori Livorno che in città e questo credo che un po’ gli dispiacesse.

Io purtroppo non riesco a guardare film come facevo un tempo — per tanti motivi, ma non è questa la sede per elencarli — ma ero iscritto ai suoi canali e cercavo lo stesso di guardare i suoi contenuti, a volte mosso dalla curiosità del “chissà cosa ne pensa il Frusciante di questo film” e a volte anche solo per farmi un paio di risate nel Meglio del Peggio di un’annata.

Per chi lo ha frequentato come amico, ma anche solo professionalmente, credo che abbia rappresentato più di una fonte di ispirazione; poteva essere uno zio, un cugino, un fratello maggiore magari sì, un po’ brontolone, però era quello che ci provava sempre a darti un consiglio, una dritta, perché credeva che il film che ti cambia la vita potesse essere sempre dietro l’angolo. 

Come ho letto tra tanti commenti: Federico Frusciante non è scomparso, è solo andato tre file più avanti.


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