Ozzy Osbourne – C’è vita oltre ai Black Sabbath
“Babbo chi è?” ” Quello che ti canta Changes quando vai a letto!”

Il 2025 è stato, in tutti i suoi possibili risvolti, l’anno di Ozzy Osbourne. L’annunciato Back To The Beginner aveva riportato la luce su un personaggio ormai diventato una vera icona pop, afflitto da importanti malattie (il Parkinson su tutte), dagli acciacchi dell’età e dal risultato di una vita vissuta tra episodi veri e false leggende. Un concerto che — nonostante i tanti dubbi iniziali e visto quello che poi è successo (Ozzy è morto il 22 luglio, 17 giorni dopo l’evento) — ha acquistato un significato emblematico, come se non ci potesse essere, purtroppo, un addio migliore.

Non sono riuscito a vedere l’evento nella sua interezza — per quello aspetto il già annunciato film al cinema — ma, per riprendere un po’ il filo del discorso, il giro degli ascolti mi ha portato a riprendere in mano almeno la prima parte solista di Ozzy, dove lo sbarco in America e la collaborazione con Randy Rhoads lo spedirono nell’iperuranio delle star mondiali.

La storia di Ozzy Osbourne di fine anni ‘70 ormai è risaputa. Dopo un “entra ed esci” durato un paio di anni, Ozzy nel 1978 pubblica con i Black Sabbath l’ultimo album con la formazione originale, il dimenticabile Never Say Die!. I suoi rapporti con gli altri membri si logorarono per via dei suoi eccessi, divenuti ormai insostenibili, e nel 1979 il cantante venne licenziato dai suoi colleghi per abuso di stupefacenti e alcol. Ozzy buttò la palla in calcio d’angolo dicendo che il suo consumo di droghe non era né inferiore né superiore a quello degli altri membri (sic), ma probabilmente gli altri tre sapevano gestirlo meglio. Quindi, il nostro si rinchiude tre mesi in una stanza d’albergo a Los Angeles e continua a fare quello che ha sempre fatto, tranne cantare.

Ma il famoso “comeback” non tarda ad arrivare e, grazie all’aiuto della sua futura moglie Sharon, figlia di Don Arden (manager dei Black Sabbath), decide di dar vita a un progetto solista. Si mise alla ricerca di nuovi membri con l’aiuto del suo bassista temporaneo Dana Strum, suo amico di lunga data. Fu proprio lui a consigliargli un chitarrista grazie al quale Ozzy rilanciò la propria carriera: Randy Rhoads, giovane talento dei Quiet Riot poco più che ventenne. Completarono la band Lee Kerslake (ex Uriah Heep) alla batteria, Bob Daisley (ex Rainbow) al basso e Don Airey alle tastiere.

Nasce così, nel 1980, Blizzard of Ozz. Registrato in Inghilterra ai Ridge Farm Studios e composto attivamente da tutti i membri della band (la lotta su chi abbia scritto cosa diventerà, anche nei dischi successivi, un motivo di scontro sapientemente moderato da quella furbacchiona di Sharon), l’album raggiungerà subito un ottimo successo sia di critica che di vendite, rappresentando uno dei massimi vertici della produzione solista di Ozzy Osbourne. Il merito risiede sostanzialmente nel sodalizio creato tra il cantante e il giovane Randy. L’ex Quiet Riot portò un approccio neoclassico al metal, unendo scale minori e precisione tecnica a riff devastanti, non limitandosi a suonare ma costruendo architetture sonore che elevavano la voce roca e tormentata di Ozzy. Il disco è ricco di queste soluzioni e contiene a mani basse le migliori cose fatte da Osbourne nel suo periodo solista.

Il solo “All aboard!”, pronunciato alla maniera luciferina come solo Ozzy sapeva fare, porterà Crazy Train a essere uno dei grandi classici dell’heavy metal: un inno alla follia collettiva della Guerra Fredda con uno dei riff più riconoscibili degli anni ’80. Segue la martellante Suicide Solution, un brano controverso (spesso frainteso come un incitamento, mentre era un monito sull’alcolismo) che mette in mostra il lato più cupo di Ozzy. Mr. Crowley, un pezzo atmosferico dedicato all’occultista Aleister Crowley, è celebre per le lugubri tastiere di Don Airey e per l’assolo finale di Randy, uno dei migliori di sempre. Presenti all’appello anche struggenti ballate come Goodbye to Romance e Revelation (Mother Earth), a dimostrazione della versatilità della band. La produzione sincera, senza artefatti e tipicamente anni ‘80, farà il resto, regalandoci un grande tassello nel vasto mosaico del metal.

Forte di un ottimo successo commerciale, il ferro andava battuto finché era caldo. Nacque quindi subito il secondo album, Diary of a Madman (1981), inciso con la stessa formazione del primo disco. Il titolo dell’album riprendeva l’autobiografia di Aleister Crowley, l’occultista che aveva ispirato il cantante già per il brano Mr. Crowley. In questo disco, Randy Rhoads ebbe più libertà di sperimentare, fondendo ancor più che nell’esordio la teoria neoclassica con uno shredding tecnico e veloce, caratterizzato da assoli melodici e frenetici e da un fraseggio legato e preciso. Uno stile ben evidente nella opener Over the Mountain, con l’iconico fill di batteria di Lee Kerslake, e nella title track, dove l’intro di chitarra acustica unito al riff finale, così abrasivo e drammatico, riesce a dipingere perfettamente una discesa nella follia.

Diary of a Madman è il capolavoro della maturità del sodalizio artistico tra Ozzy Osbourne e Randy Rhoads. Il tour seguito all’album riscosse un enorme successo, ma incominciavano i primi attriti nella formazione. Daisley e Kerslake lasciarono per rientrare negli Uriah Heep e vennero sostituiti da Tommy Aldridge (ex Gary Moore) alla batteria e Rudy Sarzo (ex Quiet Riot) al basso.

La magia finì definitivamente il 19 marzo del 1982 per un evitabile incidente aereo. Di ritorno da un concerto a Knoxville, nel Tennessee, lungo la strada per Orlando, il gruppo si fermò vicino alla casa dell’autista del loro bus, Andrew Aycock, presso il “Flying Baron Estates”, un complesso abitativo composto da tre case con un hangar per aeroplani e una pista d’atterraggio. Aycock, essendo provvisto di un brevetto di pilota, decise di fare un giro su un velivolo presente nell’hangar e imbarcò sul mezzo la parrucchiera Rachel Youngblood e Randy Rhoads. Dopo alcuni passaggi il velivolo urtò il bus della band — dove dormivano Ozzy, sua moglie e gli altri componenti insieme allo staff — per poi andarsi a schiantare contro un albero e la casa a fianco. Tutti gli occupanti dell’aereo morirono sul colpo.

Quello che è successo dopo questo evento l’ho già raccontato nell’articolo dedicato al successivo Bark At The Moon (1983), dove al posto di Rhoads fu scelto Jake E. Lee. La carriera di Ozzy è comunque proseguita anche negli anni successivi con dischi come The Ultimate Sin (1986), ancora con Jake E. Lee alla chitarra, mentre nei successivi No Rest for the Wicked (1988) e No More Tears (1991) questi verrà sostituito da Zakk Wylde, con cui inizierà un lungo sodalizio artistico.

In conclusione, per me Ozzy Osbourne rimarrà sempre il solo e unico cantante dei Black Sabbath, ma devo dire che la sua carriera solista, soprattutto nei primi tre album, contiene senz’altro delle gemme della musica heavy metal; credo si possa affermare che nei primi anni Ottanta abbia fatto meglio lui del resto dei Black Sabbath. I recenti dischi come Ordinary Man e Patient Number sono stati realizzati da uno stuolo di amici in debito di riconoscenza verso Ozzy, più che per un vero impulso artistico, e sono per me inavvicinabili, anche solo per quelle copertine così ritoccate.

Poi vabbè, ascolti Darkside Blues e senti il richiamo di quell’armonica…

Marilyn Manson – Fare meno per fare meglio
“Io sono e io e voi non siete…”

Personalmente non sono mai stato un fan del Reverendo. Al suo apice, diciamo a metà degli anni ‘90, ero ancora un fervente discotecaro e, anche successivamente, non ho mai provato una reale curiosità nell’ascoltarlo — o meglio, nel comprenderlo — perché su certe cose ho un mio schema mentale dal quale ancora non so fuggire: se tutti parlano di una cosa, soprattutto perché “brutta e cattiva”, e questa nomea alimenta la discussione in un vortice infinito (spesso ho il sospetto che di certe cose non se ne possa fare a meno), io devo estraniarmi da questo coro e fare altro. Rischio di perdermi qualcosa per strada? Senz’altro. Vivo meglio scevro da polemiche e preferisco tutto a bocce ferme? Forse.

Rileggendo tutto a posteriori, la figura di Manson in questo circolo ci ha sguazzato a fondo e con piacere, “perché è una persona intelligente che sapeva premere i tasti giusti, sapeva come stuzzicare l’ano lasciando quella sensazione a metà tra fastidio e curiosità, rimanendo un po’ basiti” (citazione presa da quei geni di Metal Skunk). Io non mi sono mai fidato di lui; ho sempre avuto l’idea che, appunto, un po’ ci fosse e un po’ ci facesse. In fondo, la sua musica non mi è mai piaciuta e continua a non piacermi nemmeno ora. Non è un fatto di pesantezza — ascolto cose ben più terribili — e non è proprio una persona che mi scandalizza: alla fin fine è solo un anticristo al tempo di MTV (cit.). È proprio “il suono Marilyn Manson” che non mi convince: non mi piace il suo modo di cantare, non riesce nemmeno a coinvolgermi. Ciò non vuole negare il suo peso nella storia della musica recente, ma se c’è una persona che può fare un suo, anche solo abbozzato, corteggio, non sono di certo io.

Cosa che non è successa al mio fidato bro che, complice l’uscita del nuovo disco, ha ripreso in mano tutta la discografia di Brian, andando persino al suo concerto di novembre a Bergamo; a me ha regalato addirittura una copia di The Pale Emperor in una splendida edizione in vinile. Io, da buon ornitorinco curioso, ho preso, ho portato a casa e ho fatto ciò che mi riesce abbastanza bene: ho ascoltato e preso appunti.

The Pale Emperor è il nono album di Marilyn Manson ed è uscito nel 2015. La carriera e la vita del Reverendo non stavano andando benissimo, in quanto i precedenti dischi (Eat Me, Drink Me, The High End of Low e Born Villain) non avevano convinto appieno. Poi arriva un colpo di fortuna: sul set della serie televisiva Californication conosce Tyler Bates, autore di diverse colonne sonore tra cui quelle di John Wick e I Guardiani della Galassia. Manson si lascia prendere per mano da Bates; i due cominciano a trovarsi in piccoli studi domestici, improvvisano, creano le prime canzoni. Gli incontri diventano regolari e spesso la prima registrazione è quella buona. Poi, con calma e tra i vari impegni dei due, il disco viene rifinito e mixato.

Se non puoi più incendiare il mondo, puoi comunque vedere se qualcuno lo fa al posto tuo. Marilyn Manson, l’ex nemico pubblico numero uno dell’America, tira fuori l’ennesimo colpo di teatro: si dipinge la faccia di bianco, prende un bel bastone, dimentica l’Industrial metal martellante di Antichrist Superstar, le Bibbie incendiate e altre menate varie, e siede in un fumoso bar di New Orleans a mezzanotte. Il disco è pervaso da un blues zoppicante, il groove è dato da un basso pulsante e ipnotico; Manson sembra un narratore, abbandonando le urla sgraziate per un registro più basso, confidenziale e roco, mentre la chitarra di Bates è un sibilo che squarcia la notte.

Ne viene fuori uno dei suoi migliori dischi dagli anni ‘90, un lavoro che per me ha dei picchi qualitativamente altissimi: Killing Strangers, un claudicante inno cinematico sulla disconnessione emotiva della guerra e della violenza; Third Day of a Seven Day Binge, che poggia su ritmiche quasi dance ma macchiate di fango e catrame; Warship My Wreck, un crescendo ossessivo di pianoforte e voce. Slave Only Dreams to Be King e The Mephistopheles of Los Angeles — in cui si parla di chi ha venduto l’anima al diavolo — hanno un piglio electro-rock vicino ai Depeche Mode più oscuri. È un album elegante, coeso e terribilmente notturno, in cui Manson fa anche i conti con se stesso.

L’altra faccia della medaglia sono alcune scorciatoie un po’ troppo catchy come The Devil Beneath My Feet e Deep Six, o una Birds of Hell Awaiting un po’ troppo vicina a I Feel You (sempre dei Depeche Mode) nel giro di chitarra. In generale, si ha l’idea di un Manson con pochi colori a disposizione nella propria tavolozza, ma con la volontà di dipingere un po’ troppo: una sforbiciata alla tracklist avrebbe giovato all’ascolto.

L’album è dedicato a sua madre, scomparsa durante la registrazione dopo una dura lotta contro una forma di demenza, e il titolo richiama l’imperatore romano Costanzo Cloro, conosciuto anche come “Costanzo il Pallido” (pale, in inglese).

Gli schiavi non sognano di essere liberi, sognano di essere re.

Scorpions – Le basi altre ai tormentoni
“Tetesco di Gemmania!”

Dalle mie parti la band tedesca si è palesata solo all’uscita dell’ultimo lavoro in studio, ovvero il diciannovesimo album del 2022 dal titolo Rock Believer, il primo con Mikkey Dee in formazione dopo la fine dei Motörhead dovuta alla scomparsa di Lemmy. Non ho ricordi di quell’album, molto probabilmente perché ascoltato con il pregiudizio che ho nutrito verso questa band fino allo scorso anno: la classica rock band di fama mondiale da ballate radiofoniche, con una hit sempre pronta per le classifiche e un seguito planetario capace di fare il tutto esaurito negli stadi, passando da un’epoca all’altra senza colpo ferire con una line-up rigorosamente a “porte girevoli”.

Tutto questo perché ero vittima del classico brano che, non avendo più nulla da dire, diventa un tormentone: mi riferisco a Wind of Change. Composta un anno dopo il crollo del Muro di Berlino, divenne una sorta di inno per la celebrazione della fine della Guerra Fredda e del cosiddetto “secolo breve”. Il fischio iniziale e quel ritornello estremamente melodico, ripetuto fino alla nausea, mi hanno sempre messo di cattivo umore, allontanandomi dal voler ascoltare qualsiasi altra cosa prodotta dalla band tedesca. Questo singolo divenne ben presto uno dei più grandi successi commerciali della storia della musica, ma considerarli solo come “quelli di Wind of Change”, ignorando tutta la splendida produzione iniziale tra gli anni ‘70 e gli anni ‘80, è sicuramente un peccato mortale.

L’assist per un recupero me lo ha dato il libro La Storia dell’Hard Rock e dell’Heavy Metal, grazie al quale sono riuscito a prenderli nel verso giusto ed ascoltare tutti i primi album, partendo da In Trance e andando a ritroso fino all’esordio di Lonesome Crow, per poi proseguire in avanti fino a Blackout. In buona sostanza, il periodo migliore per la band teutonica e anche il mio preferito.

Gli Scorpions nascono a Hannover, in Germania, nel 1965, fondati dal chitarrista Rudolf Schenker. Fin dall’inizio, l’obiettivo del gruppo era quello di suonare rock duro in un’epoca in cui il genere stava prendendo piede in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, ma era ancora una novità per una band europea.

L’esordio discografico è Lonesome Crow (1972), dove alla chitarra compare Michael Schenker, fratello minore di Rudolf; è l’unico disco in cui è presente prima di approdare come chitarrista negli UFO. Molto influenzato dal krautrock tedesco e dalla psichedelia, l’album ospita brani lunghi, ipnotici e cupi, con la voce di Klaus Meine ancora acerba ma già riconoscibile. Una produzione lo-fi completa il quadro. Nel successivo Fly to the Rainbow (1974) inizia l’era di Uli Jon Roth, un chitarrista influenzato da Hendrix e dalla musica classica, chiamato a prendere il posto di Michael. C’è ancora molta sperimentazione progressiva, come nella title track, ma lo stile esplosivo fatto di assoli veloci e taglienti li porta sempre più su territori hard rock.

Trovano definitivamente la quadra nei successivi tre dischi. In Trance (1975) è il loro primo vero capolavoro e l’inizio della collaborazione con il produttore Dieter Dierks. La title track e Robot Killer mostrano un suono più compatto, oscuro e malinconico, dove Klaus Meine inizia a usare il suo registro alto in modo magistrale. È il disco che li rende delle star in Giappone. Virgin Killer (1976), noto per la sua copertina censurata ovunque, trasuda energia e virtuosismo: qui Uli Jon Roth tocca l’apice della sua creatività, mescolando tecnica neoclassica a un feeling blues selvaggio. Taken by Force (1977), un disco potente e ottimamente rifinito (con brani del calibro di Sails of Charon e We’ll Burn the Sky), sarà l’ultimo album in studio con Uli Jon Roth, che lascerà la band subito dopo per divergenze artistiche.

Se la cinquina precedente rappresentava la genesi sperimentale e l’era “colta” di Uli Jon Roth, il successivo triennio segnerà l’esplosione globale degli Scorpions. È il periodo in cui la band definisce il suono dell’hard & heavy degli anni ’80: riff d’acciaio, precisione teutonica e melodie irresistibili. Lovedrive (1979) — altra copertina “particolare” — segna l’ingresso di Matthias Jabs al posto di Roth, portando un suono più moderno, fluido e perfetto per le arene. Michael Schenker, appena uscito dagli UFO, torna temporaneamente nella band e suona i soli in tre brani (Another Piece of Meat, Coast to Coast e Lovedrive), dando un tocco di classe incredibile.

Animal Magnetism (1980) è forse il lavoro più “cupo” e pesante di questa fase, meno raffinato di Lovedrive ma molto più potente; il fatto che venne scritto e registrato in fretta durante i tour gli ha conferito un suono più sporco e ipnotico. Chiudiamo con Blackout (1982), con l’iconica copertina di Gottfried Helnwein che ritrae l’uomo con le forchette negli occhi: è forse il disco meno innovativo tra quelli citati, ma rappresenta un’opera dal valore assoluto e un ottimo successo commerciale. Blackout, Dynamite e Now! sono proiettili heavy metal, No One Like You diventa una hit mondiale che domina le radio americane, mentre When the Smoke Is Going Down è una delle ballate più atmosferiche della loro carriera.

Direi che il cuore della discografia della band possa essere racchiuso in questi titoli. Il resto, per quanto mi riguarda, sono solo tormentoni.


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