“Ma devi ascoltare per forza Turn On The Bright Lights!”

Fu una frase sincera. Me ne accorsi da una breve esitazione nei suoi grandi occhi a cerbiatto. Era il 24 maggio del 2007, concerto di Chris Cornell (pace all’anima sua, forse un giorno parlerò anche di questo) all’Alcatraz di Milano. Mi avvicinò una ragazza – persa di vista una volta caduto in disuso MSN – chiedendomi se potevo farle avere i video che avevo fatto al concerto. Poi ci fermammo a parlare un po’ di musica. Io gli raccontai che in quel periodo stavo ascoltando Antics degli Interpol, uscito qualche anno prima. La sua risposta fu la frase qualche rigo più sopra. Dovetti darle ragione.

In una New York ancora intenta a raccogliere i cocci dell’11 settembre, 4 ragazzi vestiti da broker (Paul Banks, Daniel Kessler, Sam Fogarino e Carlos Dengler) esordiscono sulla lunga distanza con Turn On The Bright Lights, disco che da un mesetto ha festeggiato i suoi “primi” 15 anni (PDA, Roland e NYC sono di qualche anno prima). Al tempo degli esordi facevano parte di un discreto numero di band attive circuito indie newyorkese: The Strokes, Yeah Yeah Yeahs, Tv On The Radio, LCD Soundsystem, Animal Collective, Grizzly Bears. Il loro valore è da sempre motivo di dibattito, tra chi gli considera un tentativo nobile di (ri)proporre un certo tipo di musica e chi gli considera delle semplici chitarrine noiose. Io, come mia abitudine, specialmente arrivando sempre dopo la polvere, sto nel mezzo.

In realtà i nostri sfornano un album dai contenuti profondi, fatto di atmosfere desolate (famoso il verso tratto NYC The subway she is a porno / The pavements they are a mess), intime (I’m gonna play with the braids that you came here with tonight / I’m gonna hold your face, and toast the snow that felll, Obstacle 1). La solida sezione ritmica del duo FogarinoDengler rappresenta le fondamenta per pezzi come Untitled – vicina al post rock di stampo più chitarristico – Obstacle 1 e PDA, in cui le scorribande di Kessler e la voce baritonale di Banks le fanno da padrone. Ma è il cambiare timbro e registro verso momenti più dimessi come Hands Away e Leif Erikson, canzoni costruiti su un non nulla di accordo, a rafforzare lo spessore del disco.

Certo, si può dire che Banks sia a metà strada tra Ian Curtis (Roland = Shadow Play ma è solo una sentore, le canzone dei Division erano scarne e ipnotiche, qua si viene trascinati e portati via) e Jim Morrison e che la loro musica non sia nient’altro che un revival di un revival post punk/new wave per debosciati ma in realtà Kessler e soci hanno avuto il merito di creare un disco rock – che al tempo non se la passava tanto bene – dalle sfumature particolari, capace di toccare le corde giuste se preso nel verso adeguato, realizzando uno dei miglior dischi di inizio millennio.

Il disco successivo sarà altro da questo, mentre il terzo cercherà di riproporre la sintesi di entrambi – zoppicando in qua e là – mentre l’omino Interpol avrà il fiato corto sia dalle prime battute, orfano anche di Carlos Dengler. Con El Pintor rialzeranno la testa, con un lungo tour che ha toccato anche l’Italia in diverse occasioni.

Personalmente ho un rapporto stretto con questa band, avendola vista due volte dal vivo (a Firenze nel 2007 per il tour di Our Love To Admire e nel 2015 a Milano per il tour di El Pintor) ed avendo usato una loro canzone – Pace Is The Trick – al taglio della torta al mio matrimonio.

Interpol – Turn On The Bright Lights (Soft Limit, 2002)


Una replica a “Interpol – Turn On The Bright Lights”

  1. Uno dei migliori album della storia del rock, l’apice della new wave

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