
Sono terribilmente arrugginito nel fare certe cose. Post-decade scorsa, post-pandemia, post-figlie, mi sono lievemente smarrito. Purtroppo al giorno d’oggi fatico a trovare una strada ben precisa nel campo musicale, complice anche il declino di tutto quello che nella decade scorsa veniva chiamato “post” (metal e rock in primis) e di tutta la parte elettronica più celebrare, dal drone alla dark ambient poco cambia. Si dice che nella vita esistano delle fasi, o cicli, che in genere durano cinque anni. Io in questo momento nella musica ho perso la spinta, vado con il pilota automatico (tutto l’opposto rispetto al mondo dei videogiochi, dove lì la fase è solo all’inizio). Indirettamente me lo ha fatto capire mia moglie dicendomi “hai una conoscenza musicale vastissima ma ascolti sempre le solite cose”.
Ciò non vuol dire che non ci sia della buona musica, anzi. Probabilmente è il mio approccio ad essa che deve aggiornarsi ai processi odierni (personali e non), come fu con il passaggio di una decina di anni fa dal poco corretto “scarico tutto, ascolto tutto, poi compro” allo streaming odierno, con playlist più ragionate. Complice anche il fatto che da un paio di anni a questa parte mi sono messo ad ascoltare generi un pià estremi, soprattutto in ambito metal, nelle declinazioni heavy / thrash, black e death. Anche qua sembrano più shanghai lanciati su un tavolo che un ascolto profondo ed articolato. Purtroppo i generi in questione (soprattutto gli ultimi due) sono, seppur ancora relativamente giovani, molto vasti e non da proprio tutte le ore della giornata.
Anche la scelta delle fonti non è più così facile come una volta. Il tempo passa per tutti e i due forum che seguivo e in cui scrivevo (Rock e Dintorni e Neuroprison) non sono praticamente più attivi e non sono riuscito ancora a trovare il loro sostituto moderno (contrariamente al mondo del gaming dove le comunità sono molto attive e sempre pronte a sfruttare le nuove piattaforme di comunicazione).
Con il nuovo anno cercherò soprattutto di fare una breve carrellata delle cose che ascolto (vecchie o nuove che siano) mese per mese, come facevo anni fa, in modo da evitare di arrivare in fondo all’anno con il fiato corto e le liste vuote.
Detto questo, ecco i miei 20 dischi preferiti per l’anno appena trascorso. I criteri sono sempre gli stessi. Un disco per autore, niente best of e rifritture varie. E, salvo il podio, l’ordine delle restanti posizioni non ha molta importanza. Diciamo che le prime dieci posizioni cerco in genere di lasciarle, ove possibile, alle “nuove proposte” mentre le altre 10 ad amatori, vecchie glorie ed “rieccoli” vari.
20. Sigur Ros – ÁTTA

Li avevo lasciati al 2008, in uno straordinario concerto al Giardino di Boboli a Firenze. Poi non avevo ascoltato altro. Mi fa piacere che siano ritornati e spero che questo come back possa suscitare verso chi ancora non li conosce un certo interesse per poter ripescare la loro discografia che conta alcuni lavori imprescindibili a cavallo del millennio. Dopo il ritorno del tastierista Sveinsson e uno stop nella registrazione dell’album a causa della pandemia, ÁTTA (8 in islandese) rappresenta un passaggio importante nel gruppo, denotando l’urgenza di potersi esprimere, “adottando un desiderio di un sentimento di unità quando sopraffatti dalle circostanze tumultuose” come dichiarato da Jonsi (l’arcobaleno che brucia è una delle miglior copertine dell’anno). L’album suona rarefatto, con pochi cambi di ritmo, un lento fluire di archi e sentimenti.
19. King Gizzard & The Lizard Wizard – PetroDragonic

Altro giro altra corsa. Altra corsa, altro genere. Per fa capire prolificità della band australiana, questo album (dove il titolo completo è PetroDragonic Apocalypse; or, Dawn of Eternal Night: An Annihilation of Planet Earth and the Beginning of Merciless Damnation) è il ventiquattresimo in studio in 12 anni! Questa volta, così come in Infest the Rats’ Nest, si ritorna in campo thrash e progressive metal, tra Slayer, Judas Priest e Tool. Il risultato, se pur risultando molto derivativo, è valido ma credo che rimarrà un album che si perderà nel mare magnum della discografia della band australiana.
18. Godflesh – Purge

Ottimo ritorno per un dei più grandi personaggi della musica metal e derivati, avendo scritto pagine importanti prima con i Godflesh e Napalm Death per poi mettere lo zampino con produzioni e remix vari per altri gruppi. Ritorno a sette anni di distanza con il suo progetto principale e se è difficile trovare un aspetto innovativo in certe situazioni non si può rimanere di certo indifferenti al loro effetto finale dove lancinanti sferragliate metal, in ambienti tetri e oscuri, lambiscono l’industrial, la techno, il drum ‘n bass e perfino l’hip hop.
17. Motorpsycho – Yay!

Finalmente il trio norvegese è riuscito a sbancare anche da queste parti. Con un paio di dischi all’anno non era difficile centrare l’obiettivo ma mi ero sempre ripromesso di ascoltarli con la giusta attenzione, avendoli sempre sentiti nominare. Li avevo già intercettati con il trittico The Tower / The Crucible / The All Is One, per poi arrivare al più recente Kingdom of Oblivion (uscito nel 2021). Una band che arriverà a breve ai 30 anni di carriera, onorata sempre onestamente. Yay! non è da meno, rimarcando il notevole eclettismo musicale del duo norvegese, capace di svariare dal folk acustico (Cold & Bored, Sentinel) a composizioni più zeppelliane (Hotel Dedalus). Ho avuto anche la possibilità di vederli dal vivo, per una esibizione a tutto volume di quasi 3 ore dove non si sono per niente risparmiati.
16. Bachi da Pietra – Accetta e Continua

Inserito sul filo del rasoio perché è uscito alla fine dell’anno e con un solo un paio di ascolti sulle spalle. Ma voglio comunque inserirlo in questa lista come remainder. Il duo Succi – Dorella (con la conferma di Marcello Batelli) continua sulla strada intrapresa con Reset del 2019. Stavolta siamo di fronte ad un muscolare elettro rock, dal potentissimo groove (brilla su tutti il primo singolo Mussolini), dove Succi spesso si trattiene quasi sussurrando ma di certo non le manda a dire, che sia la società in Non ho mai fatto 31 (Tutti si credono buoni, soprattutto gli stronzi), o il caro leader in Mussolini (E se per oggi Pulcinella ti fa fesso col suo asso falso / Non sa che chi lo guarda vede solo un pagliaccio) fa lo stesso.
Un disco che merita ancora di essere approfondito a causa della sua verbosità ma che tenta comunque di proporre forme nuove. In ogni caso un gradito ritorno.
15. Kelela – Raven

Unica presenza femminile in classifica (non per colpa mia ma quest’anno è andata così) e principale riferimento per un elettro r’n’b che non sia solo chiappe al vento. Non più giovanissima e ferma al Take Me Apart del 2017, l’autrice statunitense ma di origine etiope riesce a realizzare un universo particolare, dimostrando un’ottima capacità compositiva, svariando tra atmosfere ambient, soul, drum ‘n’ bass, breakbeat, citando con piglio sicuro Burial (Fooley), le torsioni care ad Andy Stott (Enough For Love) e Biosphere.
14. Laurel Canyon – Laurel Canyon

In omaggio al quartiere collinare losangelino di Laurel Canyon (scelto come residenza da molti importanti musicisti rock, quali Jim Morrison, Frank Zappa, Byrds, Buffalo Springfield, Love), il quartetto formato da Nicholas Gillespie, Serg Cereja, Dylan Loccarini e Lachlan Driver da alle stampe un esordio graffiante di rock blues slabbrato, con chiaro riferimento ai big citati poco sopra (Doors, Stooges, MC5) e a qualcosa di alternativo di fine anni ‘90. Produce Steve Albini.
13. Forest Swords – Bolted

Un graditissimo ritorno per un producer (al secolo Matthew Barnes) che seguo praticamente dagli esordi (Engravings e Compassion) realizzando la sua prova della maturità, un sound building sontuoso, dove la sua avant-elettronica dal piglio lo-fi si innesta con misteriosa eleganza tra ambient e dub, goticismi post-punk, chitarre post-rock, trip hop e sample vocali di lusso (Neneh Cherry in Butterfly Effect).
12. Calibro 35 – Nouvelles Aventures

Dopo alcuni lavori fuori coordinate (tra cui qualche colonna sonora e dei lavori dedicati a Moricone) e l’abbandono con un discreto strascico di polemiche del bassista Luca Cavina (al momento non ancora rimpiazzato) i Calibro 35 ritornano a fare ciò che meglio sanno fare: nuovi omicidi sonori nel buio della notte, tra psichedelia (Apnea), ritmi orientali (Mompracen), super funk a cento all’ora (Gun Powder, Bolero!). Qualità produttiva sempre elevata (sotto questo aspetto sono i migliori d’Italia) per un gruppo che ha toccato i quindici anni di attività e non rappresenta certo una novità ma sicuramente un buon ritorno sui territori a loro più congeniali.
11. Night Beats – Rajan

Divenuto un progetto quasi personale di Danny Lee Blackwell, li avevo già conosciuti 2 anni con valido Outlaw R&B. Sotto il cappello produttivo di Dan Auerbach, Blackwell confeziona un album che si innesta nella tradizione rock blues aggiungendo via via elementi diversi, come il soul (Anxious Mind), il funky a là Boney M. (Thank You), il soul (Nightmare, Dusty Jungle). Citazionismo che non va ad inficiare un’ottimo prodotto, da ascoltare in un ipotetico viaggio on the road contro il logorio della vita moderna.
10. Silver Moth – Black Bay

A volte ritornano. In questo caso si tratta del post rock che andava in voga all’inizio del millennio. Non è un caso che questo sia un supergruppo capitanato in prima fila da Stuart Braithwaite dei Mogwai, assieme a Elisabeth Elektra, Evi Vine, Steven Hill, Ben Roberts, Ash Babb, Matthew Rochford, membri rispettivamente di Abrasive Trees, Burning House e Prosthetic Head.
Ne viene fuori appunto uno struggente album post-rock di stampo prettamente chitarristico figlio dei gruppi sopra menzionati che si mescola a tematiche care allo shoegaze. Per farsi un’idea basta ascoltare la struggente Henry, dove la meravigliosa voce di Elisabeth Elektra trova il perfetto equilibro con l’intreccio delle chitarre.
Anche se fuori tempo massimo, rimane comunque un gran bel disco. Firmato dalla label inglese Bella Union, si intitola Black Bay e prende il nome dallo studio dove il gruppo ha iniziato la produzione, situato sull’isola di Lewis in Scozia.
09. Veil – A Circle In Stone

Qua si entra in un mondo misterioso. Non solo per il tipo di musica proposta ma anche per chi ne è autore. Io non ne sapevo niente, è una chicca che ho estratto dalle mie fonti, alla vecchia maniera. Fatta tale premessa, Veil è uno dei tanti nomi dei tanti progetti di Oliver Ho, che da quel che ho letto dovrebbe fare il dj e il produttore di musica techno. Qua si cambia genere, siamo dalle parti di Lustmord per intenderci, farcito di archi, fiati e tutta una bella serie di gingilli elettronici. Un sound building notevole (The Creation potrebbe stare bene nella colonna sonora del prossimo Blade Runner) per un disco tirato fuori dal cilindro ma che ti fa venire ancora più sete di un certo tipo di musica.
08. Rival Sons – Darkfighter

Band a cui sono affezionato ma che avevo perso per strada a causa del non proprio riuscito Hollow Bones. Grazie anche al validissimo Feral Roots del 2019 (ma ascoltato solo lo scorso anno), mi era tornata la voglia di riprendere in mano questa band che seguo ormai dall’uscita di Head Down, datata 2012. Pur se con una formula ormai collaudata il gruppo di Los Angeles riesce a confezionare un ottimo album hard rock, che svaria dai Beatles più rumorosi fino ai Led Zeppelin, pescando a piene mani da tutta la tradizione Seventies, complice anche l’ottima intesa tra solida voce di Jay Buchanan e la scintillante chitarra di Scott “Mr. Fuzzlord” Holiday.
07. Marduk – Memento Mori

Prima incursione in una mia classifica di un album black metal. Per chi ne sa più di me probabilmente non sarà il migliore dell’anno e i Marduk non sono proprio più di primo pelo (curioso il fatto che in questa lista ci siano due dischi con il medesimo nome) ma resta il fatto che già del primo ascolto non si può rimanere indifferenti alle atmosfere indemoniate confezionate dalla band capitanata da Morgan Steinmeyer Håkansson nelle prime tre canzoni (Memento Mori / Heart Of Funeral / Blood Of The Funeral). Si tira il fiato nel midtempo di Shovel Beats Sceptre per poi venire investiti nuovamente dal devastante duo Charlatan e Coffin Carol.
Come scrivevo all’inizio, non un genere facile ma spero che questo sia solo l’inizio di una semina per un lungo raccolto.
06. Nepenthes – Grand Guignol

Sono giapponesi e fin qui niente di strano. E suonano un disperato mix di doom, stoner e funeral blues. E qui viene la novità nonché il bello. Monolitico, grezzo, tra riffoni sabbatthiani e liriche cantate con una voce allevata a gargarismi con whisky e vetri. Essenziale nella sua forma ma straordinario nella resa, poco pubblicizzato sulle webzine che contano, sono le chicche che trovo mentre “cerco nell’Internet”.
05. Oceanlord – Kingdom Cold

A questo giro tocca ad un trio australiano, formatosi nel 2019, proporci un ipnotico mix di doom e stoner. Ma contrariamente ai Nepenthes, che puntava tutto su un sound monolitico e incazzoso, qua il disco che si prende tutto il suo tempo, con lunghi intrecci di chitarre e una voce che ricordano sia il Wino dei Saint Vitus e l’Ozzy Osbourne meno madman. Altra chicca scoperta girovagando su Internet.
04. BIG|BRAVE – Nature Morte

Canadesi alla ormai settima prova (ma per me è la pra non avendoli mai ascoltati), il nuovo batterista Tasy Hudson affianca Robin Wattie alla voce e Mathieu Bernard Ball alla chitarra. Anche qua si propone un monolite sonore fatto da muri di chitarre distorte, impreziosite dalla voce di Wattie, vero elemento distintivo della band, a metà strada tra Chelsea Wolfe e Julie Christmas. Gruppo da approfondire, soprattutto per i lavori precedenti.
03. Acid King – Beyond Vision

Per usare un termine videoludico che va tanto di moda, questo è stato il titolo shadowdroppato dell’anno. Niente annunci, niente di niente. E’ uscito punto e basta. Curioso il fatto che li abbia scoperti proprio di recente con il loro migliore lavoro (nonché uno dei miglior dischi del calderone doom / stoner) Busse Woods. Eravamo nel 1999. Della band originale è rimasta solo la frontman Lori S., con l’ingresso di Bryce Shelton al basso e Jason Willer alla batteria. Ma la formula non cambia e il trio, in una forma invidiabile, propone sempre un granitico stoner dilatato e lisergico. Chapeau!
02. Tim Hecker – No Highs

Quando Hecker fa Hecker non ce n’è per nessuno. Dopo le sperimentazioni destrutturate (non troppo apprezzate da chi scrive) di Konoyo e Anoyo, torna in questo nuovo lavoro ad una produzione tradizionale. Niente cattedrali sonore o droni ma un ritorno a sonorità vicine ai primi lavori della carriera dell’artista canadese come Harmony in Ultraviolet e An Imaginary Country, con una ripetitiva delle trame sonore vicine al primo Basinski. Resta sempre una sorta di tristezza di sottofondo, una malinconia accentuata dalla collaborazione del sassofono di Colin Setson e ben rappresentata dalla copertina, in scala di grigi, di una città capovolta. Non il miglior Hecker, ma sicuramente quello di cui abbiamo bisogno.
Dopo più di dieci anni sono riuscito a vederlo dal vivo (anni fa, per colpa di una nevicata, fui costretto a rinunciare, pur avendo già i biglietti). Stavolta sono dovuto andare al Robot Festival a Bologna. A causa dell’alta richiesta di biglietti l’esibizione è stata riproposta due volte nella medesima serata, sacrificando un po’ la durata. Un’esibizione ipnotica e straniante, piena di droni e pulsazioni profonde, che ha lasciato stupita tutta la splendida e gremita location che è l’Oratorio San Filippo Neri.
01. Depeche Mode – Memento Mori

Sulle scene ci sono ormai da quarant’anni e parlare di ritorno sarebbe un controsenso. Ormai è prassi rilasciare un disco ogni 4 o 5 anni con annesso tour mondiale. Questa volta non era così scontato, visto l’improvvisa scomparsa di Andy Fletcher. Ma il disco era già pronto, l’età e il buon senso hanno permesso a Gahan e Gore di seppellire l’ascia di guerra per capire il tesoro (ovvero una discografia sterminata) che i due hanno tra le mani. Stavolta indovinano anche il disco, il migliore da Playing The Angel. E’ dedicato ad Andy ma non è un’elegia funebre, sarebbe troppo facile. Ma è un’opera composta da un’elettronica matura e non paracula, con suoni azzeccatissimi (merito anche del duo Ford e dell’italianissima Marta Salogni) corredato anche da un bel songwriting (sempre diviso secondo manuale Cencelli). Ciliegina sulla torta, il bellissimo concerto a San Siro dello scorso Luglio.




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