Quattro anni si è preso Forest Sword dall’ultimo disco. Nel mentre, un paio di Ep, una colonna sonora (Shrine, 2016). In realtà anche questo Compassion è una sorta di colonna sonora, avendo l’andamento cinematografico di un film che non esiste, rappresentato dall’ottimo artwork con l’uomo in copertina sul quale grava un macigno – il peso del mondo – ma non sulle spalle bensì sulle ginocchia rendendolo di fatto impossibilitato a muoversi. E’ solo un’istantanea – del nostro tempo – in cui l’uomo può liberarsi del peso solo attraverso un saggio gioco di leve.

Registrato a metà tra analogico e digitale – lo stesso Barnes ha tracciato un parallelismo tra vero e falso, riferendosi ai media – riesce a mostrare empatia utilizzando parti strumentali al poste della voce, in un gioco “dentro-fuori” in cui immergere l’ascoltatore.

Il respiro dell’ultimo Tim Hecker apre War it che sgomita su percussioni tribali e tastiere smorzate. Panic danza su una base apparentemente monotona in cui si installano campanellini e voci confuse che degenerano definitivamente nelle percussioni della successiva Exalter.

I vapori di Border Margins aprono la strada alla fuga in avanti di Arms Out per giungere al tribalismo onirico di Vandalism. Raw Language mescola breakbeat, sax e cori gospel mentre Knife Edge lascia ad un dimesso pianoforte la chiusura del disco.

Assemblatore alla Ben Frost (ma senza la sua fisicità) pur non avendo il tatto del compositore come Tim Hecker o la sensibilità di un Burial, Barnes riesce comunque a far trasparire dalle sue produzione il proprio sentire.

Forest Swords – Compassion (Ninja Tune, 2017)


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