
Introduzione
Dopo aver giocato a Cyberpunk 2077 ho iniziato un personale percorso all’interno della fantascienza di genere, in particolare quella denominata “cyberpunk”, un movimento letterario nato in America agli inizi degli anni ‘80. Siccome io sono un teorico delle basi, ho scelto questa antologia perché contiene i principali romanzi che hanno di fatto gettato le fondamenta sia a livello estetico che contenutistico del genere cyberpunk. .
Il cyberpunk è un sottogenere della fantascienza caratterizzato da un’estetica potente e da una visione del futuro tanto affascinante quanto distopica. L’ambientazione tipica è un futuro prossimo — o un presente alternativo — in cui il progresso tecnologico ha trasformato radicalmente la società, ma senza distribuire equamente i suoi benefici. Le metropoli cyberpunk sono luoghi caotici, sovraffollati, bagnati da piogge acide e illuminati da neon abbaglianti. Grattacieli di vetro e acciaio delle megacorporazioni si ergono sopra quartieri degradati dove vive una umanità aumentata, ibrida, spesso disperata. Il senso può essere racchiuso nel seguente slogan: “high tech, low life” — alta tecnologia, bassa qualità della vita. La tecnologia c’è, è ovunque, è potentissima, ma non ha redento l’umanità: l’ha semplicemente resa più complessa nelle sue disuguaglianze.
Il genere si cristallizza attorno al 1984, anno di pubblicazione di Neuromante di William Gibson, considerato il romanzo fondativo del cyberpunk. Gibson inventa il termine cyberspazio e costruisce un universo narrativo che diventerà il modello di riferimento assoluto. Accanto a lui, autori come Bruce Sterling, Pat Cadigan e Rudy Rucker formano quello che viene chiamato il Movimento Mirrorshades, dove gli occhiali a specchio ricorrono spesso in gruppo di scrittori consapevole di stare ridefinendo la fantascienza.
Ma non immaginatevi circoli d’arte, salotti buoni o dipartimenti accademici. Il cyberpunk è stato solo un movimento letterario quasi per corrispondenza e per dirla alla Sterling “eravamo scrittori di fantascienza dilettanti che aspiravano a raggiungere standard di scrittura professionali. Eravamo fan e appassionati, ma volevamo essere pubblicati, così avevamo unito le forze per aiutarci l’un l’altro a comprendere le questioni pratiche legate ad agenti, direttori, editori, distributori e pubblico”.
Il suo nome nasce dalla fusione di due concetti apparentemente opposti: cyber, che rimanda alla tecnologia, all’informatica e alle reti digitali, e punk, che evoca ribellione, marginalità e rifiuto dell’ordine costituito. E anche un ossimoro, una contraddizione in termini: come può il “cyber” essere “punk” e come può il “punk” essere “cyber”? Ma anche la fantascienza è lo stesso un ossimoro: per la scienza essere fantastica è una condanna a morte, e d’altro canto come può il fantastico essere scientifico? A fronte di questa contrapposizione alcuni autori avevano capito che nella fantascienza “c’era più spazio libero che in altre forme di scrittura: era una forma di letteratura che aveva per alleato il metodo scientifico, grazie al quale ogni giorno scopriamo nuove cose sul mondo in cui vivevamo”.
In quanto invenzione letteraria interna a un genere, figlia di una controcultura e grazie ad alcuni espedienti narrativi come “la prosa sovraccarica” (troppi concetti in una sola frase), “sballi ottici” (una specie di piccolo scherzo visivo che svia l’attenzione verso il surreale), “l’inventario della percezione” (come il personaggio dal cui punto di vista è condotta la narrazione sperimenta il mondo futuro), il cyberpunk mirava a scrivere una fantascienza limpida e immediata che escludesse le noiose spiegazioni scientifiche per concentrarsi sulle esperienze di vita vissuta in un mondo tecnologizzato. Non erano gli argomenti di cui si occupavano gli autori ad essere importanti, ma il modo in cui i cyberpunk decisero di occuparsene. È anche stata la generazione di scrittori di fantascienza che ha compiuto il passaggio dalla macchina da scrivere alla video ed il cyberpunk “visse cinque anni di innovazione oscura, due o tre di fama travolgente, e poi i suoi autori migliori divennero famosi come singoli e iniziarono a scrivere in modo più personale”.
Se Blade Runner (1982) influenzò la letteratura cyberpunk, l’esplosione di quest’ultima invase ben presto anche il campo del cinema. Videodrome (1983), Terminator (1987), Johnny Mnemonic (1995), Strange Days (1995), Matrix (1999), Nirvana (1997), New Rose Hotel (1998) riprendono tematiche più o meno dirette a tutto l’universo cyberpunk.
Leggere cyberpunk nel 2026 non è un esercizio di nostalgia né una fuga nella fantascienza: è, paradossalmente, uno dei modi più lucidi per guardare il presente. Il genere nato quarant’anni fa ha anticipato con precisione sconcertante il mondo in cui viviamo, e la sua letteratura continua a offrire strumenti intellettuali preziosi per orientarsi in esso.
Cosa significa essere umani? Nel cyberpunk questa domanda è posta attraverso androidi, cyborg, upload mentali e intelligenze artificiali senzienti. Oggi la stessa domanda si ripropone in forme concrete: i modelli linguistici simulano empatia, i deepfake rendono instabile la realtà visiva, le protesi neurali iniziano a esistere fuori dalla fantascienza. La letteratura cyberpunk ha già esplorato queste zone di confine, e ci offre mappe — imperfette, disturbanti, ma utili.
In fondo, il cyberpunk ci chiede una cosa semplice e radicale: non dare per scontato il futuro che ci viene venduto. In un’epoca in cui il futuro viene costruito a velocità vertiginosa da una manciata di aziende private, questo è un esercizio di igiene mentale indispensabile.
Un’antologia del genere, può non avendo sostanziali elementi di pregio, si è rivelata comunque necessaria in quanto alcune dei romanzi trattati non hanno avuto ristampe o riedizioni moderne ma rimangono disponibili solo nel mercato dell’usato: Giù nel cyberspazio e Monna Lisa Cyberpunk di Gibson le ho comprate su Vinted, fate voi. Fa un po’ tristezza, come se al pari della tecnologia che raccontavano, fossero anch’essi passati di moda e superati da qualcosa di migliore. In realtà non è così.
Ma andiamo con ordine. Come on guys!
L’antologia è composta da tre romanzi ed un raccolta.
William Gibson – Neuromante

Di questo libro, una delle colonne fondanti del genere cyberpunk nonché della fantascienza di genere, ne ho già parlato qua. Non ho riletto l’edizione presente in questa raccolta perché quella trattata nell’articolo è più recente (2023).
Neal Stephenson – Snow Crash

“Hiro trascorre molto tempo nel metaverso: lo aiuta a dimenticare la vita di merda nel D.Posit”
Pubblicato nel 1992 da Neal Stephenson, inizialmente era stato progettato come un romanzo grafico generato al computer in collaborazione con l’artista Tony Sheeder. Quando l’autore si accorse che stava passando più tempo a scrivere un software personalizzato per l’elaborazione delle immagini dell’opera invece che scriverla, abbandonò l’idea.
In un futuro distopico degli Stati Uniti, dove il governo federale è quasi irrilevante e il potere è nelle mani di franchise privati, mafie e corporazioni, l’hacker Hiro Protagonist vive in parte nel mondo fisico, dove è un fattorino della pizza per la Mafia, e in parte nel Metaverso, un universo virtuale condiviso in cui è hacker d’élite e un abilissimo spadaccino samurai.
Fuori dal club per soli hacker Sole Nero, Hiro scopre l’esistenza di Snow Crash, una droga che nel Metaverso si manifesta come un virus informatico capace di danneggiare il cervello degli hacker, ma che nel mondo reale agisce come una droga biologica che colpisce la mente umana. Con l’aiuto di Y.T., una giovane skateboarder sveglia e coraggiosa conosciuta durante una sfortunata consegna di una pizza, cercherà di scoprire cosa si nasconde dietro allo Snow Crash e si imbatterà in personaggi letali come Raven, un guerriero aleutino di straordinaria pericolosità, e loschi come L. Bob Rife, magnate della comunicazione e proprietario della più grande rete mondiale a fibre ottiche.
In questa produzione di Stephenson vi sono due aspetti principali su cui è doveroso soffermarsi. Il primo riguarda l’andamento del mondo del futuro tratteggiato dall’autore e la quantità di “previsioni” andate a segno.
Il romanzo è ambientato in una Los Angeles distopica dove gli Stati Uniti come nazione sono praticamente scomparsi e l’economia che conosciamo non esiste più, in quanto tutto è privatizzato, dalla polizia alle autostrade, in una sorta di anarco-capitalismo in franchising. Il Metaverso — un posto in cui fuggire dalla miseria della propria vita reale e vera invenzione del romanzo — è Internet con l’onnipresenza dei social, con gerarchie sociali basate sulla qualità degli avatar, l’alternativa elegante ai nostri “mi piace”, visualizzazioni o follower. I computer e i telefoni si collegano alla rete senza fili, dove i Gargoyle sono persone iperconnesse che girano costantemente con visori e telecamere addosso, registrando tutto ciò che vedono: i moderni visori AR/VR e i futuri smart glasses. L’emergenza abitativa è ormai fuori controllo, tant’è che Hiro vive insieme al suo amico Vitaly Chernobyl, il cantante della fuzz-grunge band “Vitaly Chernobyl and the Meltdowns“, in un’angusta stanza in un D-Posit vicino all’aeroporto di Los Angeles.
Le uniche forme di sostentamento presenti nel libro sono quella del corriere — Hiro in fondo è un fattorino di pizze comandato da un algoritmo — vero antipasto di quello che accadrà nell’attuale gig economy, e l’economia dei dati. La Central Intelligence Corporation (nata dalla fusione tra CIA e Library of Congress) vende informazioni come bene di consumo: sostanzialmente quello che fanno Google e simili quando navighiamo in rete (il famoso detto: “se il prodotto è gratis, il prodotto sei tu”).
L’altro aspetto importante riguarda l’idea che il cervello umano funzioni come un hardware e che il linguaggio sia il suo software, e il legame tra la mitologia sumera e la programmazione informatica: seppur all’apparenza un po’ bizzarro, questo è il cuore filosofico di Snow Crash e una delle intuizioni più originali di Neal Stephenson.
Nel romanzo, Stephenson ipotizza che la lingua sumera non fosse un linguaggio naturale come lo intendiamo oggi, ma un vero e proprio linguaggio di programmazione per il cervello. Proprio come i computer hanno un linguaggio assembly (il livello più basso, vicino all’hardware), gli esseri umani avrebbero un “set di istruzioni” profondo situato nel tronco encefalico. Nell’antica Sumeria, i sacerdoti usavano i nam-shub, sorta di incantesimi o formule verbali che non avevano nessun potere magico, ma erano in realtà stringhe di dati verbali che, se ascoltate, potevano in qualche modo riprogrammare il comportamento umano o alterare lo stato mentale di chiunque, perché il cervello non aveva difese contro di esse. Il dio sumero Enki, un hacker ante litteram, creò un nam-shub particolare che funse da cifratura: frammentò la lingua unica in centinaia di dialetti diversi. Questo atto, la cosiddetta Torre di Babele, fu in realtà un vero e proprio hacking informatico e un modo per creare un “firewall biologico”, impedendo che un unico virus potesse abbattere l’intera civiltà.
Il virus che dà il nome al libro, lo Snow Crash, si comporta come un virus bio-digitale estremamente pericoloso proprio perché bypassa i linguaggi moderni (che sono diventati astratti e “ad alto livello”) per colpire direttamente le strutture profonde del cervello. Nel Metaverso appare come un’immagine bitmap di rumore statico (come la neve su una vecchia TV) e quando un hacker lo vede, il virus viene elaborato dal nervo ottico mandando in crash il sistema operativo del cervello. Nel mondo reale invece viene diffuso come una vera e propria droga tramite il sangue, infettando il sistema biologico con lo stesso codice sumero distruttivo.
Quindi, se il mondo è fatto di codice e il cervello umano risponde a strutture linguistiche profonde, allora l’hacker è colui che può comprendere e manipolare la realtà stessa: i moderni programmatori sarebbero gli eredi dei sacerdoti sumeri, perché entrambi comprendono come i simboli possano influenzare la materia e il comportamento.
Reinterpretando il mito della Torre di Babele come un evento di sicurezza informatica, Stephenson suggerisce che, nonostante tutta la nostra tecnologia, siamo ancora “macchine biologiche” influenzabili da flussi di informazioni ben strutturati. Fake news, deepfake e contenuti creati con l’AI sembrano andare proprio in questa direzione.
Snow Crash poggia saldamente sulle visioni dei precedenti romanzi di Gibson e, utilizzando uno stile ironico e sferzante, Stephenson riesce a creare un ottimo intreccio di azione, satira sociale e profonde riflessioni filosofiche sul linguaggio. Non si limita a descrivere il futuro, ma ne problematizza le fondamenta, tornando a interrogarsi su quesiti ancestrali: cos’è rimasto dell’essere umano? E, soprattutto, da cosa attingiamo per plasmare la nostra realtà?
Bruce Sterling – La Matrice Spezzata

“I Mechanisti sono come pietre, i Plasmatori come fiumi. Entrambi cambiano il paesaggio, ma solo chi impara a essere entrambi sopravvive alla storia.”
Pubblicato originariamente nel 1985 con il titolo Schismatrix, il romanzo è ambientato in uno scenario futuro che l’autore aveva in precedenza tratteggiato in cinque racconti, pubblicati tra il 1982 e il 1984. I racconti sono stati successivamente presentati nel 1989 nella prima antologia di Sterling, Crystal Express, e poi nel 1996 insieme al romanzo in un volume intitolato Schismatrix Plus.
Tra il XXIII e il XXIV secolo l’umanità ha abbandonato una Terra ormai morente e inaccessibile per colonizzare il Sistema Solare, vivendo in asteroidi scavati, stazioni orbitali e habitat cilindrici. Non esiste più un’unica cultura umana, ma una miriade di fazioni in perenne conflitto. Il principale è tra due filosofie dominanti e polarizzanti, diverse tra loro sia a livello ideologico che biologico.
La prima è quella professata dai Plasmatori (Shaper in lingua originale), maestri della manipolazione genetica, della clonazione e della bioingegneria. Vedono il corpo come argilla da modellare, usano droghe per potenziare l’intelligenza e vivono in habitat che sembrano organismi viventi. La loro gerarchia è spesso basata sul “lignaggio” genetico e sulla perfezione fisica e non usano macchine se possono far crescere un organo o un essere vivente che svolga la stessa funzione.
La seconda è quella a cui si ispirano i Mechanisti (Mechanist in lingua originale), alfieri del potenziamento cibernetico e dell’hardware. Sostituiscono parti del corpo con macchine, caricano le coscienze su computer e cercano l’immortalità attraverso il silicio e il metallo. Alcuni scelgono di abbandonare del tutto il corpo biologico per diventare software o entità completamente robotiche. I loro habitat sono complessi industriali e tecnologici, spesso sporchi e pragmatici, dove la loro società si basa solo sull’efficienza e sull’accumulo di dati.
Queste due fazioni sono in perenne conflitto politico, militare e filosofico per il controllo delle colonie sparse tra asteroidi, lune e stazioni spaziali: i Plasmatori considerano i Mechanisti come rottami semoventi, esseri che hanno rinunciato alla sacralità della vita per diventare schiavi del silicio. Viceversa, i Mechanisti vedono i Plasmatori come animali sofisticati prigionieri dei limiti della chimica organica.
In questo contesto seguiamo la vita di Abelard Lindsay, un diplomatico e ribelle dei Plasmatori abitante della Repubblica Corporativa Circumlunare di Mare Serenitatis. Insieme a Philip Constantine e Vera Kelland stanno portando avanti una battaglia preservazionista contro l’aristocrazia locale, sempre più vicina ai cartelli mechanist. Per protestare contro questa deriva, Vera e Abelard decidono di compiere il gesto estremo del suicidio. Vera riesce nell’intento, mentre Abelard fallisce: sentitosi tradito, Constantine diviene il suo principale antagonista. Lindsay viene esiliato dalla Repubblica per essere stato accusato ingiustamente dell’omicidio di suo zio (ucciso in realtà da Constantine) e spedito nello Zaibatsu Circumlunare del Popolo del Mare Tranquillitatis, un marcio ecosistema frequentato quasi esclusivamente da criminali, assassini e reietti della società che infestano il sistema, i cosiddetti Cani Solari. Attraverso un arco temporale di oltre un secolo – grazie ai trattamenti che estendono enormemente la vita – Lindsay si troverà di fronte a guerre, esili, intrighi diplomatici, eterni ritorni, infiniti amori, fino alla definitiva trasformazione finale.
Nel corso del romanzo, Lindsay capisce che questa macro dicotomia Plasmatori – Mechanisti è, in realtà, un vicolo cieco. La Matrice, cioè l’ordine sociale del sistema solare, è appunto spezzata (da qui il titolo del libro) perché nessuna delle due fazioni è completa, ma solo chi è capace di trascendere entrambe, integrando la flessibilità della vita con la precisione della macchina, è destinato a sopravvivere. L’arrivo degli Investitori, giganteschi rettili bipedi alieni, longevi, estremamente sofisticati e, soprattutto, capitalisti intergalattici ossessivi, sarà il punto di svolta che trasformerà il conflitto tra Plasmatori e Mechanisti da una “guerra civile” solare a una commedia dell’assurdo su scala galattica. Non si può fare una rivoluzione o una guerra totale se c’è un cliente intergalattico molto ricco che vuole stabilità per fare affari: il conflitto ideologico si trasforma in una gara a chi riesce a compiacere meglio i nuovi padroni del mercato. Per gli Investitori, il commercio è una religione e non sono interessati alla guerra o alla colonizzazione, ma solo al profitto, ai protocolli diplomatici e al prestigio commerciale.
L’introduzione degli alieni serve a Sterling per smontare l’antropocentrismo tipico della fantascienza ed affermare che l’umanità non è speciale in quanto specie tra le tante e che nemmeno l’evoluzione post-umana più estrema può sfuggire alle leggi del mercato e dello scambio. Lindsay è uno dei primi a capire come gestire gli Investitori, capisce che con loro non serve la forza ma la diplomazia e il teatro, diventando un “diplomatico del vuoto” che comprende che l’umanità è ormai solo una piccola provincia in una galassia densamente popolata e cinica. Capirà che il concetto di umanità ha perso definitivamente il suo valore ed arriverà a capire che il mondo che conosceva è scomparso, sostituito da una realtà in cui la distinzione tra naturale e artificiale è ormai priva di senso.
A questo punto Sterling fa il passo definitivo e suggerisce che l’umanità, per evolversi davvero, deve smettere di aggrapparsi all’identità individuale e alla materia. Verso la fine del romanzo, Lindsay entrerà in contatto con una forma di intelligenza superiore, chiamata La Presenza: non si tratta di un dio, ma di un’entità post-biologica che rappresenta lo stadio successivo dell’evoluzione. Lui, che per tutta la vita è stato un diplomatico capace di adattarsi a ogni ambiente, dalla polvere degli asteroidi alle navi degli Investitori, compierà l’ultimo atto di adattamento: seguire l’entità ed abbandonare la forma fisica.
Come altre opere di genere, La Matrice Spezzata non sembra datata. Le intuizioni di Sterling sulla biotech, l’intelligenza artificiale e la frammentazione della società in “bolle” ideologiche sono più attuali che mai. È un libro denso, a tratti complesso, ma incredibilmente visionario. Se Neuromante di Gibson ha definito l’estetica della pioggia e del neon, Sterling ha definito il futuro dell’evoluzione umana. Ammetto di aver fatto un po’ fatica a seguire il filo della narrazione, il libro non offre molte spiegazioni, anche considerando il fatto che, come già accennato in precedenza, il ciclo Shaper – Mechanist era già stato tratteggiato in altri racconti.
La conclusione del viaggio di Abelard Lindsay è ciò che eleva La Matrice Spezzata da semplice avventura cyberpunk a pensiero filosofico: è una metafora sull’adattamento, sul cambiamento e sull’evoluzione necessaria dove, per sopravvivere in un mondo che cambia velocemente, ci si deve reinventare continuamente, cambiando persino la propria biologia. Abelard Lindsay non muore nel senso tradizionale; semplicemente, smette di essere un personaggio della storia per diventare parte del tessuto dell’universo. Sterling ci lascia con l’idea che la nostra specie sia solo uno stadio larvale, destinata a diventare una farfalla che non ha più nulla a che fare con il bruco che era.
AA.VV. – Mirrorshades

Mirrorshades: The Cyberpunk Anthology (questo il titolo originale), pubblicata per la prima volta nel 1986 e curata da Bruce Sterling, è una raccolta di racconti brevi scritti da diversi autori, da soli o in compagnia, molto diversi tra loro. La raccolta non è omogenea ma Sterling la costruisce deliberatamente come un campo di forze e non un manifesto monolitico. Alcuni racconti sono action puri, altri sono quasi letteratura mainstream, altri ancora sfidano e toccano diverse categorie. Anche gli autori presenti non avevano tutti la medesima estrazione culturale e professionale. Paradossalmente, questa diversità e ricchezza di stile permette a Sterling di concepire il cyberpunk non come un genere con regole fisse, ma un atteggiamento verso la tecnologia, il potere e il futuro. Il titolo stesso, che si riferisce agli occhiali a specchio tipici dell’estetica dell’epoca, simboleggia perfettamente il genere: una barriera riflettente che separa l’individuo dalla società iper-tecnologica, nascondendo lo sguardo ma riflettendo il mondo distorto circostante.
William Gibson – Il continuum di Gernsback (The Gernsback Continuum, 1981)
Uno dei racconti più raffinati della raccolta. Un fotografo incaricato di documentare l’architettura futuristica degli anni ’30 e ’40 inizia ad avere visioni di un futuro alternativo che non è mai esistito: città cromate, astronavi, una razza di americani perfetti e ariani. Gibson critica con ironia tagliente l’utopismo tecnologico della vecchia fantascienza, contrapposto alla realtà degradata e meticcia del presente. Il “continuum di Gernsback” è proprio quel futuro patinato e fasulla immaginato dalle riviste pulp degli anni ’30.
Tom Maddox – Occhi di serpente (Snake-Eyes, 1986)
Protagonista è George, un pilota militare la cui mente è stata fusa con il sistema di controllo di un aereo da combattimento. La macchina — chiamata Aleph — è diventata parte di lui, con desideri e paure propri. Il racconto esplora il trauma della simbiosi forzata uomo-macchina, la dipendenza tecnologica e il difficile processo di reintegrazione nella vita civile. È uno dei testi più psicologicamente intensi della raccolta.
Pat Cadigan – A tutto rock (Rock On, 1984)
In un futuro distopico, la musica viene trasmessa direttamente al sistema nervoso degli ascoltatori tramite delle persone capaci di convogliare emozioni e sensazioni pure. La protagonista è una di queste mediatrici, ormai consumata dall’uso. Il racconto è brutale e visionario, e anticipa molti temi che Cadigan svilupperà nei suoi romanzi. È considerato uno dei migliori della raccolta per la sua intensità emotiva e la critica all’industria dell’intrattenimento.
Rudy Rucker – Le imprese di Houdini (Tales of Houdini, 1983)
Un racconto bizzarro e surreale che reinterpreta la figura di Harry Houdini in chiave fantascientifica. Houdini diventa una sorta di eroe popolare che sfida le leggi della fisica e della realtà in un universo caotico e grottesco. Rucker porta il suo stile matematico e anarchico, mescolando cultura pop, fisica quantistica e umorismo nero. Non è un racconto cyberpunk in senso stretto, ma dimostra l’ampiezza del movimento.
Marc Laidlaw – 400 Boys (400 Boys, 1983)
Una storia di gang giovanili in un futuro post-apocalittico frammentato. I 400 Boys sono una banda che domina un territorio devastato, in guerra con forze oscure e quasi mitologiche. Il racconto ha un tono allucinato e violento, con un’estetica da road movie distopico. Laidlaw costruisce un mondo frantumato con pochi tratti essenziali, in puro stile cyberpunk di strada.
James Patrick Kelly – Solstizio (Solstice, 1985)
Un racconto più intimista rispetto agli altri. Esplora una relazione personale sullo sfondo di un futuro in cui la tecnologia ha trasformato radicalmente le dinamiche sociali e affettive. Kelly è sempre stato una voce più riflessiva nell’ambito della fantascienza degli anni ’80, e questo racconto mostra come il cyberpunk potesse occuparsi anche di emozioni e relazioni umane, non solo di macchine e hacker.
Greg Bear- Petra (Petra, 1982)
Ambientato in un mondo in cui Dio è morto e la realtà stessa si sta sgretolando, un gargoyle di pietra di una cattedrale prende vita e racconta la sua storia. È il racconto più atipico della raccolta — fantasy gotico più che cyberpunk — ma Sterling lo include per dimostrare la contaminazione di generi che caratterizza la nuova fantascienza. Bear esplora temi metafisici con un’immaginazione visiva straordinaria.
Lewis Shiner – Fin quando voci umane non ci sveglieranno (Till Human Voices Wake Us, 1984)
Ispirato nel titolo a T.S. Eliot, il racconto affronta il tema della memoria e dell’identità attraverso la tecnologia. Un uomo utilizza dispositivi avanzati per rivivere o alterare i propri ricordi, confrontandosi con un passato doloroso. Shiner è uno degli autori più letterari del gruppo di Mirrorshades, e questo racconto mostra come il cyberpunk potesse aspirare a una prosa di qualità, oltre che a idee audaci.
John Shirley – Freezone (Freezone, 1985)
Shirley è spesso considerato il “padrino” del cyberpunk, e questo racconto ne è una prova. Ambientato in una zona franca internazionale galleggiante (una piattaforma offshore), segue personaggi violenti e marginali in una società completamente de-regolamentata. C’è tutto il repertorio classico: criminalità organizzata, droghe, tecnologia di strada, corruzione. È grezzo e potente, con un’energia quasi punk nel senso musicale del termine.
Paul Di Filippo – Stone è vivo (Stone lives, 1985)
Stone è un uomo che vive ai margini assoluti della società, in un futuro di segregazione estrema tra ricchi ipertecnologici e poveri abbandonati. Il racconto esplora la sopravvivenza quotidiana nei bassifondi, con una sensibilità quasi naturalista. Di Filippo mostra come la tecnologia amplifichi le disuguaglianze esistenti invece di eliminarle. È uno dei racconti più socialmente consapevoli della raccolta.
William Gibson & Bruce Sterling – Stella rossa, orbita d’inverno (Red Star, Winter Orbit, 1983)
Il racconto è ambientato su una stazione spaziale sovietica in declino. Un cosmonauta anziano e malato, colonnello Korolev, si rifiuta di abbandonare la stazione quando i tagli ai programmi spaziali dell’URSS la condannano all’abbandono. È un racconto malinconico e controcorrente rispetto al resto della raccolta: non c’è la frenesia urbana tipica del cyberpunk, ma una riflessione lenta sul tramonto delle grandi utopie — in questo caso quella spaziale sovietica — e sulla dignità di chi si rifiuta di arrendersi a una fine inevitabile.
È interessante che sia Sterling che Gibson, normalmente associati a scenari urbani e tecnologia di strada, producano insieme qualcosa di così contemplativo e quasi elegiaco. La stazione spaziale come luogo abbandonato dalla Storia è un’immagine potente.
Bruce Sterling & Lewis Shiner – Mozart con gli occhiali a specchio (Mozart in Mirrorshades, 1985)
Uno dei pezzi più brillanti e provocatori. Un’azienda del futuro apre portali temporali verso il passato — non per preservarlo, ma per sfruttarlo economicamente: estraggono risorse, corrompono le economie locali, trasformano epoche storiche in colonie. Mozart stesso viene coinvolto in questo saccheggio temporale. È una satira feroce del capitalismo estrattivo e dell’imperialismo culturale, mascherata da avventura fantascientifica.
AA. VV. – Antologia Cyberpunk (Oscar Mondadori, 1368 pagine, 2021)



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