Che fanno i Radiohead nel 2016? Praticamente ciò che vogliono. Passano il tempo a criticare la “musica liquida” (in primis Spotify) per via degli scarsi guadagni che versano nelle casse degli artisti (a vantaggio delle case discografiche), annunciano a sorpresa un nuovo singolo, escono da tutti i social, vi rientrano ad album pubblicato – siamo ai primi di maggio – e finiscono anche su Spotify un mese dopo. Lo possono fare perché, in fondo, tutto ciò non è aria fritta nata al solo scopo di aumentare l’hype per un nuovo discodisco o per alimentare il tourbillon del secondary ticket. La loro musica è comunque di una qualità che altri loro coetanei (qui si va verso i cinquant’anni) si sogna.
E’ un album che lavora per sottrazione. Non mescola elettronica e rock come faceva Ok Computer, non ha il lirismo di Kid A / Amnesiac (anche se guarda più a questi album che al resto della discografica ma in modo più accessibile) nè il minimalismo di The King Of Limb. Un album un po’ seduto, dismesso se non per gli archi sempre sugli scudi e per il trittico centrale Ful Stop / Glass Eyes / Identikit. Rimane comunque un lavoro di grande classe.
Anno: 2016
Genere: Alternative Rock
Casa Discografica: XL



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