
Fino a poco tempo fa pensavo di avere 200, al massimo 250 dischi. Non li ho mai contati perché, mi dicevo, non saranno mai abbastanza. In fondo non è una gara a chi ne ha di più. Ma in Giappone, al Towers Records – un negozio di dischi di 8 piani, di cui 3 solo di musica pop giapponese (!) – mi è capitato di non ricordare i dischi che già possiedo. Questo ce l’avrò? Di questo ho la versione rimasterizzata o no? Mi capitò già quando alla Fnac presi un Blue Öyster Cult per un altro. Quindi mi sono armato di pazienza e ho trovato una app – Memento Database – e un po’ tramite i codici a barre e un po’ a mano, li ho inseriti tutti.
In totale facevano 483! Non male per una cosa che era nata con un “ne compro giusto un paio”. Era il 2008, al tempo c’era Emule, i servizi di hosting erano sul nascere e si scaricava a tutta manetta. Ma leggendo una Bustina di Minerva di Umberto Eco sull’Espresso, decisi che il “supporto fisico” era tanto importante quanto la musica stessa – il discorso sul copyright lo lascerei ad un altro momento. In fondo compravo libri e stampavo foto. Mi presi una Postpay e sul – ormai defunto – Play.com comprai Panopticon degli ISIS e il disco che sto ascoltando mentre scrivo queste righe, At The Soundless Dawn dei Red Sparowes. Mi ci vollero 2 settimane per completare l’ordine, la carta non funzionava. Tra imprechi e tentativi alla fine me ne arrivarono doppi, fortunatamente la seconda copia riuscii a rivenderla.
Da lì ho iniziato a comprare musica in maniera costante. Nei negozi a Livorno, alla Fnac a Milano, in Finlandia, a Londra, Parigi. Dove andavo trovavo sempre 5 minuti per un negozio di dischi e mettevo una bandierina. Ricordo sempre con affetto “un mattone” comprato in Puglia, Meddle dei Pink Floyd. Il jewel case era perfettamente incelofanato ma dentro il disco non c’era! Tornammo indietro ma il negozio era già chiuso. E tanti anche ricevuti in regalo con le famose liste di Amazon. Il bello di tutta questa faccenda è che non avevo uno strumento su cui riprodurli. Così nel 2010 mi sono comprato un impianto HI-FI. Entry level, ma suona bene.
Arrivato a questo punto, ho preso gusto e mi sono concesso 5 minuti di auto-celebrazione: quale sarà il cinquecentesimo disco? Considerando che gli album a cui tengo di più ce li ho praticamente già tutti la cosa non era facile. Poteva essere il nuovo dei Depeche Mode ma pensavo uscisse ad Aprile, il nuovo dei Mastodon ma ho paura che faccia cagare. La scelta è ricaduta sul nuovo Ep di Burial, You Death / Nightmarket. E la cosa curiosa è che è in… vinile! Non si trova su disco e tante uscite, soprattutto le più recenti, non prevedono più la forma cd. A quanto pare il vinile è tornato in auge. Io preferivo il cd, un po’ per ragioni di spazio e un po’ per ragioni di costo. Al diavolo la storiella “ah ma il vinile suona meglio”, se mentre ascolti musica hai il vicino che passa l’aspirapolvere o la moglie che ti chiama perchè devi apparecchiare la tavola. Era dal ‘91 o su di li che non compravo un vinile, Black Or White di Micheal Jackson.
In ogni caso era da un po’ che pensavo al vinile come alternativa al cd. Però, curiosamente, la storia si è ripetuta. Così come ho iniziato a comprare cd, inizio a comprare vinili. E così come non avevo un lettore, adesso non ho ancora il piatto su cui farli girare. Lo comprerò, prima però devo spostare tutto l’impianto e al momento non ho molta voglia (in realtà sto pensando a cosa comprare, ma quella di cui sopra è la scusa ufficiale altrimenti mia moglie mi dice che non mi decido mai).
Curiosamente, credo che il vinile per Burial sia la sua casa ideale. Le sue micro imperfezioni, l’atmosfera rarefatta, il cutting che spesso rimane strozzato in gola, i sample vocali come richiesta di aiuto, si dovrebbero sposare bene con il supporto analogico. Uso il condizionale, vedremo se è vero.
Si dice che la musica non venda più come una volta. Fatto sta che, o analogico o digitale, la musica costa. Defunto Play.com, a poco prezzo ci sono rimaste le compilation dell’Autogrill. Amazon ha prezzi da strozzinaggio, mentre gli altri – Boomkat, Bandcamp, Discogs o la stessa Denovali – quello che non ti mettono sul disco lo riversano in spese di spedizione o di pagamento. Mi sono sempre detto che con le sigarette che compro in un mese potrei comprarmi dai 2 o 3 dischi ma questo è un’altro discorso…
(Si ringrazia Andrea Camerini per la vignetta di cui sopra)




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