
Quanti anni servono per far sedimentare un disco? Se vent’anni possono essere sufficienti credo sia arrivata l’ora di poterne parlare: 10.000 days, il quarto album in studio della band americana, il 28 aprile compie esattamente vent’anni (in America uscirà il 2 maggio). Per l’occasione ho rispolverato le tonnellate di post scritti da me e da altri utenti nei forum in cui bazzicavo all’epoca. Ricordo che non furono proprio dei giudizi al miele, soprattutto da chi, all’epoca, era molto più avvezzo a certe sonorità rispetto al sottoscritto. Nel copia e incolla ho purtroppo perso i riferimenti, quindi potrei aver usato parole di altre persone ma il cuore del ragionamento, è mio. Anche per evitare un certo revisionismo per via di cosa è successo dopo a questo disco, ossia due live e un nuovo disco nel mezzo.
Ma andiamo con ordine. Come guys!
10.000 days ha sin da subito avuto l’ingrato compito sia di smarcarsi dal pesantissimo fardello del precedente disco, quella straordinaria opera chiamata Lateralus, che di dare nuova linfa a chi di Tool era impaziente di nutrirsi dopo un lustro di silenzio discografico. Per fare tutto ciò, cambia interlocutore e registro di comunicazione: non si rivolge più a quella parte dell’anima nera, angosciosa e violenta come in Aenima, o in quella spirituale e trascendente in Lateralus ma alla sua versione doppia ed oscura ben rappresentata dal giano bifronte in copertina.
Se in Lateralus il corpus tematico verteva nel ritrovare un equilibrio tra le parti coinvolte (qualsiasi esse siano, ognuno è libero di scegliere le proprie) attraverso la comunicazione (Finding beauty in the dissonance, Schism), l’empatia (If there were no rewards to reap / No loving embrace / to see me through, The Patient) e l’inclusione (And you will come to find That we are all one mind, Reflection), in 10.000 days questo paradigma viene meno. L’album è espressione del tempo in cui è uscito: un mondo in cui lo spirito di un nuova modernità, nato con la caduta del muro di Berlino e fiorito all’inizio del nuovo millennio veniva, definitivamente tradito dagli eventi dell’11 settembre, dai conflitti in Iraq e Afghanistan ed immediatamente prima dell’insorgere della crisi finanziaria del 2008.
Anche oggi la situazione non è molto diversa. È la storia dell’umanità, in cui si ripetono gli stessi schemi, dove vi è l’incapacità cronica di deviare dalla propria traiettoria (o Parabola?). Il singolo osserva la comunità e non solo la trova diversa da quella di Lateralus ma anche recidiva nelle sue nefandezze: per questo decide di smarcarsi e di ritornare ad una mera individualità.
Ne sono espressione il mondo intriso di violenza di Vicarious (Vicariously I live while / the whole world dies), l’invito al sole a splendere sugli afflitti di Jambi (Damn my eyes, if they should / Compromise our fulcrum), il calderano di The Pot dove dentro c’è di tutto e di più (Kangaroo done hung / the guilty with the innocent). In questa situazione Maynard quasi è costretto a santificare e benedire la morte della madre perché in questo mondo sua madre non ha vissuto nemmeno una bugia ma ha salvato una vita. (None of them can even / hold a candle up to you, / Blinded by choices / these hypocrites won’t see…)
Perché 10.000 days è (anche) una toccante ed emotiva opera sul dolore, quello psicologico strettamente legato al dolore fisico, l’unica cosa che forse può riportarci vicini ad una condizione più umana, scevra da ogni architettura costruita dalla società. La morte di una madre, costretta per 27 anni alla paralisi forzata, è il tema su cui ruota la suite progressiva di 17 minuti, composta da Wings for Marie (Part I) e 10.000 days (Wings Part II), sofferta e drammatica cavalcata, dai toni epici ma mai troppo melodrammatici, incredibilmente ancorata al mondo delle lacrime, ma anche a quello degli occhi che le producono.
Ma da Lipan Conjuring (“too new, too cool” ovvero “molto figo”) in poi la frattura tra il singolo individuo con il resto diventa definitiva e insanabile, tanto da finire definitivamente in vacca con una Rosetta Stoned (Lost Keys è un preambolo, ma il titolo è molto importante) in cui un uomo viene a conoscenza della fine del mondo ma a lui non interessa minimamente. È solo una gran figata e si rammarica di non aver avuta una penna per segnarsela.
La pietra tombale è Right in Two, in cui “Monkey killing monkey killing monkey” riprende (anche nelle ritmiche) e chiude il discorso aperto con Forty Six & Two, della tanto auspicata “evoluzione” del genere umano: non c’è, siamo ancora fermi a 23 (Viginti Tres) cromosomi, lieve allegoria in salsa Tool per indicare il nostro immutato comportamento.
A livello tematico il centro regge ed è ben inquadrato, diverso è il discorso prettamente musicale. Se al tempo della sua uscita Lateralus (ma la stessa così si potrebbe dire per Aenima), per temi, tecnica e qualità era avanti negli anni, 10.000 days è più al passo con il suo tempo. Più che su nuove soluzioni, in questo disco il combo americano calca la mano in alcune trovate ritmiche veramente di alto livello. In Aenima c’era solo un abbozzo (l’assolo di batteria in 46 & 2 ad esempio) in Lateralus sono diventate soluzioni sempre più frequenti (The Grudge, oppure l’intermezzo nella title track dove c’è solo il basso e il charleston), ma è in questo disco che si sono superati con alcuni passaggi in Jambi e Rosetta Stoned veramente superlativi.
A detta di chi scrive, sono proprio queste due canzoni insieme a 10.000 days ad essere le composizioni cardine del disco. La prima perché è il culmine del sound complesso e matematico dei Tool, gli altri due brani perché rappresentano un’evoluzione in termini progressivi, in due direzioni diverse. 10.000 days è la prova più atmosferica (i suoni li offre Lustmord), una lunga danza sul dolore, mentre Rosetta Stoned è un delirante pezzo travolgente che muta gradualmente in maniera inarrestabile. Gli altri sono pezzi dal sound più ordinato, con un po’ di groove e qualche linea vocale catchy, ossia il solito bagno di fuoco (forse un po’ troppo perfetto) che è la opener Vicarious, The Pot e Right in Two. Buone prove di una personalità consolidata, composte con un bel po’ di esperienza e l’ausilio di una eccellente produzione che li fa rendere al massimo. Il resto sono intermezzi, intro, outro e compagnia bella, composizioni a cui ci avevano abbondantemente abituato ma che in questo giro non riescono a riproporre con la solita freschezza.
I componenti della band hanno tutti i passati i quaranta ed ormai sono dei protagonisti affermati. Maynard sperimenta un po’ tutti i tipi di canto che può affrontare, influenzato anche dai progetti paralleli a cui partecipa (su tutti gli A Perfect Circle), Danny Carey rappresenta il solido motore di una band sempre più batteria-centrica, più tribale e ricercato che in passato. Forse in questo senso Adam Jones è quello meno vario (tranne qualche trovata più strana come l’assolo di talk box in Jambi) e cerca di fungere più da collante mentre gli altri tre si divertono a cambiare registri in continuazione. Ma la palma di migliore va a Justin Chancellor che in questo 10.000 days ha dimostrato una prova di enorme personalità, districandosi alla grandissima fra le parti ritmiche, dove ha trovato un suo personalissimo suono metallico e pesante, e quelle più creative.
Altro punto in cui hanno toccato il vertice è la produzione e la ricerca dei suoni, affidata a Joe “Evil” Barresi, più raffinata e con un pizzico di mestiere accumulato negli anni. Anche nell’art work i nostri non si risparmiano. Curato dallo stesso Adam Jones e l’artista Alex Gray, il package è costituito da un libretto rilegato in cartoncino spesso coperto da un risvolto contenente un paio di occhiali stereoscopici, utilizzabili per visualizzare una serie di immagini all’interno.
Per certi aspetti, direi di digeribilità, è l’album più facile ed immediato dei Tool: un album in discesa, che fila via meglio di Lateralus (di Aenima poi…), pur durando solo 3 minuti di meno. Resta il fatto che nel disco la band sbuccia qualche passaggio e il cesto delle idee è un po’ meno pieno di qualche anno fa con un suono più codificato rispetto al passato, pur non venendo meno la volontà di proporre un unicum nel panorama musicale.
A distanza di vent’anni, 10.000 days rimane, nonostante tutte le eccezioni fin qui evidenziate, comunque un album di altissimo livello, figlio di una delle ultime grandi band degli anni ‘90, estremamente attuale nelle sue tematiche, un monito a cercare di vedere la verità attraverso l’apparenza, a capire, a imparare, a discernere tra falsi miti e vera conoscenza.
Tool – 10,000 Day (Tool Dissectional / Volcano, 2006)



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