Dopo aver rimesso in moto la macchina, come da tradizione Gennaio è da sempre il mese del ripescaggio. Mi sono messo a leggere qualche classifica di fine anno, ho ascoltato qualcosa che sul momento non mi aveva detto granché, ho sfoltito qualche playlist. 

Il gran recupero può essere rappresentato dall’esordio di Daniela Pes, dal titolo Spira, un disco di cui avevo sempre letto un gran bene. Considerato uno dei miglior dischi dell’anno da tutte le webzine che seguo, l’avevo ascoltato un mesetto fa ma al momento non mi aveva detto granché che. Forse perché mi aspettavo altro o molto probabilmente l’avevo ascoltato giù in officina. 

Nata in gallura nel 1992, di formazione jazzistica, dalla straniante vocalità, con testi composti in una lingua sostanzialmente inesistente formati da lemmi galluresi e brandelli di italiano, si appoggia ad una armamentario sonoro fatto sintetizzatori, elettronica, sampling, drum machines, basso e chitarra portati da Jacopo Incani (Iosonouncane) che in questo caso produce, compone e pubblica per la sua etichetta. Un lavoro profondissimo, dai mille volti, a volte estremamente luminosi (Arca), quando oscuri (Ora) o più ipnotici (Làira), un sound sempre sull’orlo del collasso per uno dei miglior dischi dello scorso anno.

Altra notevole sorpresa è stato Desolation’s Flower a firma Ragana. Sesto disco in studio per il duo statunitense a tinte femminili Coley e Maria (non condividono pubblicamente i loro cognomi). Le due ragazze si alternato gli strumenti, per un sound magmatico che pesca a piene mani dallo sludge, dallo stoner, dal post metal di inizio secolo. Le intenzione sono chiare già dalla opener che dà il titolo all’album, una solo una nota di chitarra, ma quando le urla di Coley prendono il sopravvento si raggiungo si sviluppano molteplici movimenti di batteria febbrile e impastati riff black-metal. Vari echi degli Isis di Celestial/Oceanic infestano la successiva Woe mentre nella coppia DTA / Winter’s Light si ha la parte più devastante dell’album. 

Una sezione rosa sugli scudi anche con il ritorno di Melanie De Biasio con Il Viaggio Gennaio a distanza di 6 anni dal già ottimo Lilies. Un disco nato per caso, perché alla De Biasio era stato chiesto di realizzare un’installazione audiovisiva sul tema del viaggio e della ferrovia all’interno del festival belga Europalia. Decide così di andare a ripescare le sue origini partendo da Lettomanoppello, un piccolo centro della provincia di Pescara da cui sono partiti molti dei minatori di Marcinelle e Montereale Valcellina, in Friuli, il paese d’origine della famiglia dal lato paterno. Il materiale è talmente tanto che decide di farci anche un disco, lei che ha padre italiano e madre belga ma è nata a Charleroi.

È appunto in questo lungo viaggio che ci accompagna la chitarra della De Biasio, supportata dal violoncello di Rubin Kodheli, in una mistura di musica classica, ambient e folk ma destrutturando la forma canzone in un lento fluire di suoni ed emozioni, che si prende tutto il suo tempo nelle pulsazioni di Lay Your Ear To The Rail (introdotta dall’antica voce di Cicco Peppe, uno degli anziani del paese di Lettomanoppello) e Chiesa, nello struggente pianoforte di We Never Kneel To Pray o nelle atmosfere impalpabili di Nonnarina.


Lathe Of Heaven – Bound By Nakrd Skies (2023)

Da Brooklyn, si sono formati nel 2021 e questo è il loro disco di esordio. Pur non essendo il mio genere di riferimento rappresenta la mia classica capatina nel mondo post punk / shoegaze / new wave. Non male davvero.

Antrisch – EXPEDITION II: Die Passage (2023)

Album di debutto per i bavaresi Antrisch, dove sin dalla copertina è facile intuire qual è il passaggio del titolo, ovvero quello di Nord-Ovest quello alla cui ricerca perirono le navi e gli equipaggi capeggiati dall’Ammiraglio Franklin, eventi ottimamente raccontati nel romanzo di Dan Simmons “The Terror”. Un buon disco black metal capace di avvolgere chi lo ascolta con le sue atmosfere. 

Panopticon – The Rime Of Memory (2023)

Sulle scene ormai da un ventennio, Austin Lunn (originario del Minnesota), mente e corpo del progetto Panopticon realizza un potente quanto straniante connubio di atmospheric black-metal, post & folk-metal a tinte eco, attingendo a piene mani sia dalla tradizione americana che da quella scandinava.

Tinariwen – Amatssou (2023) / Bombino – Sahel (2023)

Il sempre ottimo tè nel deserto, ma io ne ho già presi abbastanza e il fingerpicking più di tanto non riesce a rinnovarsi (meglio i primi del secondo).

King Gizzard & The Lizzard Wizard  – The Silver Cord (2023)

L’incursione nel mondo kraftwerkiano della band australiana mi mancava. Ha ottimi suoni e il disco poggia su basi solide ma, come ho già ripetuto più volte, faccio fatica a star dietro a 

Dying Fetus – Make Them Beg For Death (2023)

Comparso in qualche classifica che dire di nicchia è riduttiva, ha una copertina fantastica e una produzione grezzissima ma il brutal core (il produttore è il medesimo del Cannibal Corpse) ancora non riesco ad apprezzarlo.

Flesh Of The Stars – The Glass Garden (2023)

Sbucati dal nulla, non riesco nemmeno a trovare alcune informazioni sul loro conto ma potrebbero essere americani. In ogni caso, The Glass Garden è un buon disco tra il doom e lo stoner, adatto a chi vuole farsi trasportare dalle sonorità dei Pallbearer o dei Motorpsycho.

MALOKARPATAN – Vertumnus Caesar (2023)

Quarto album per la formazione slovacca. Atmosfere sulfuree con forti richiami alla NWOBHM, Iron Maiden in primis.


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