
“Il potere funziona al suo meglio quando non fa distinzioni tra amici e nemici“
Visto che a volte bisogna fare con quello che si ha, avevo messo nella sezione “da leggere” questo libro di DeLillo che avevo comprato tanti anni fa senza mai iniziare a leggerlo sul serio.
Metto le mani avanti dicendo che ho fatto una fatica immane ad arrivare alla fine. Il caldo e la fregola estiva non sono proprio amici della lettura, ma anche il libro stesso, per tematiche, ambientazione e scrittura, non si è messo nella condizione di farsi troppo amare. Quindi per scrivere queste righe mi sono dovuto aiutare con qualche articolo letto in rete.
Ma andiamo con ordine. Come on guys!
Ambientato nei primi anni ’80 (la prima edizione è del 1982), il romanzo racconta una (parte) della vita di James Axton, un risk analyst americano che vive tra Atene e le altre capitali del Mediterraneo, il cui compito è quello di valutare per conto di una compagnia assicurativa il rischio politico per le multinazionali che operano in aree instabili. Attorno a lui ruota un microcosmo di espatriati — banchieri, archeologi, agenti della CIA, faccendieri e pseudo-registi — mentre la sua vita privata si sfalda: la moglie Kathryn e il figlio Tap vivono separati (non divorziati, ci tiene a dirlo) da lui su un’isola greca. Quasi per caso Axton scoprirà l’esistenza di un culto misterioso che compie omicidi rituali basati su corrispondenze alfabetiche tra il nome della vittima e il luogo del delitto.
Quest’ultimo punto è stato quello che mi ha fatto, erroneamente, credere che questo romanzo potesse virare su qualcosa di più simile ai miei gusti, ma invece anche la serie di omicidi che avvengono resta più un dispositivo concettuale che una vera suspense narrativa.
In realtà il vero motore del libro è la forza del linguaggio, il potere e la violenza delle parole. Il linguaggio non è neutro, è uno strumento di controllo, e può diventare letteralmente omicida quando si stacca dal significato per diventare puro sistema, puro codice. Questo perché Axton e i suoi colleghi sono l’avanguardia economica dell’impero americano — non soldati, ma analisti di rischio, bancari, consulenti. DeLillo li ritrae con un distacco quasi antropologico: sono uomini che vivono ai margini di culture che non comprendono davvero, protetti da hotel, aeroporti e conversazioni in inglese.
Di opposto significato è il rapporto di Axton con Kathryn e soprattutto con Tap, alle prese con la scrittura di un romanzo infantile in una lingua chiamata OB (tipo l’alfabeto farfallino) pieno di errori ortografici affascinanti. Questa situazione offre il contrappunto emotivo al gelo geopolitico del resto del libro: il testo di Tap, con la sua innocenza linguistica “sbagliata” ma vitale, è l’opposto speculare del culto: linguaggio che genera vita invece che morte.
Altro elemento ostico ma che innegabilmente è un altro segno particolare del libro nonché suo valore aggiunto è la prosa di DeLillo: dialoghi spezzati, quasi teatrali ed avulsi dalla trama, pieni di non-sequitur voluti; frasi che sembrano aforismi; un understatement gelido che rende ancora più inquietanti gli sviluppi violenti. È uno stile che richiede pazienza e se vorrete leggere questo romanzo per la trama (che rimane per larghi tratti sospesa, quasi elusiva), rimarrete delusi. Stessa sorte se vorrete ancorarvi ai vari personaggi secondari, tutti dotati della stessa vena aforistica dell’autore (“Tutti vogliono semplicemente essere abbracciati. Basta essere abbracciati, non è vero?“) a discapito dell’individualità (“Nel nostro secolo, lo scrittore ha portato avanti una conversazione con la follia. Si potrebbe quasi dire dello scrittore del ventesimo secolo, che aspiri alla follia. Alcuni ci sono riusciti, e occupano dei posti particolari nella nostra considerazione”).
Resta particolare la costruzione atmosferica del Mediterraneo come spazio liminale né esotico né familiare e l’intreccio tra geopolitica e linguistica, cosa che ho potuto poco apprezzare perché non conosco a fondo la prima ed ignoro la seconda.
Arrivato alla fine del libro ho capito perché l’avevo abbandonato. Anche ora, come allora, I nomi resta un romanzo poco immediato, più cerebrale, e probabilmente meno generoso ed affascinante verso il lettore. Ho capito che questo non è proprio il libro ideale per iniziare a scoprire DeLillo, anche se è proprio in quest’opera che lo scrittore americano affina gli strumenti della propria critica, l’ossessione per il linguaggio, la paranoia post-moderna, la critica al capitalismo globale già nei primi anni ’80.
Don DeLillo – I Nomi (Einaudi, 2007, 396 p.)




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