
Durante la mia settimana di ferie agostana morivo dalla voglia di fare qualcosa di diverso dal solito. Perché quindi non andare al cinema alle tre di un mercoledì pomeriggio qualsiasi? Che bellezza, era una cosa che forse non facevo dal 1996.
La stessa cosa deve averla pensata Christopher Nolan: “voglio fare qualcosa che ancora non ha fatto nessuno! Credo che farò l’Odissea!“. Si sa, al ragazzo inglese piace volare alto, sotto questo aspetto è molto americano. Quando ho saputo che avrebbe fatto un adattamento al poema di Omero avevo messo mano alla pistola in quanto sono sì affezionato a Nolan ma, dopo i per me passi falsi di Tenet e Oppenheimer, mi aspettavo una origin story e in più non avevo voglia di sorbirmi tutta una serie di polemiche e menate varie – che puntualmente sono arrivate. Anche perché Nolan la sua Odissea l’aveva già fatta: gli mancava solo di mettere insieme i pezzi.
Ma andiamo con ordine. Come on guys!
Dopo la guerra di Troia, Ulisse viaggia per dieci anni cercando di tornare a casa nella sua Itaca, affrontando mostri, dèi adirati e incantesimi che decimano i suoi compagni. Nel frattempo, nella stessa Itaca, i Proci assediano la sua reggia per sposare la moglie Penelope.
Dopo un lauto pranzo, lo sbalzo termico dal fuori al dentro, venticinque (no dico, 25) minuti di inutili trailer e pubblicità varia, un pacchetto di m&m’s, lo sforzo di fare un match up tra il poema omerico e quello che sto vedendo a schermo rischia di drenare sangue al mio povero cervello spingendomi inesorabilmente tra le braccia di Morfeo. Anche perché, come ampiamente previsto, Nolan del poema di Omero ne fa una sua personale traduzione – che spesso verte verso la riduzione – piegando l’opera ai temi che a lui interessa raccontare.

I punti cardine su cui ruota la rivisitazione di Nolan sono sostanzialmente due. Il primo è il ruolo del protagonista: l’Ulisse nolaniano, si presenta come un uomo ferito dalla guerra – ad oggi si direbbe con un disturbo post-traumatico da stress – anziché l’eroe calcolatore, astuto e dominato dal desiderio di conoscenza che risaltava dalle pagine di Omero. Il secondo è la riduzione al minimo dell’intervento del Fato e del peso dei dèi: che sia voluta da Poseidone o che sia un semplice evento meteorologico, una tempesta è sempre una tempesta. In questa trasposizione cinematografica le divinità – sempre ammesso che ci siano, il film ne fa una possibilità ma mai una certezza – affiancano l’uomo invece che domarlo dall’alto, non sono più il moto degli eventi e possono anche essere sfidati. Vi è anche una sostanziale spaccatura tra chi le teme, basti pensare agli stessi compagni di Ulisse o Telemaco che accoglie tutti i mendicanti perché potrebbe essere una divinità sotto mentite spoglie, e chi considera questa una banale superstizione. La presenza di Atena è forse interpretabile più come una proiezione psicologica del protagonista in cui trovare conforto.
La scure di Nolan cala anche su altre vicende, sia per motivi puramente pratici che per una precisa scelta del regista. Non voglio annoiare il povero lettore ma fare un raffronto di differenze non è un giochino da Settimana Enigmistica ma serve per far comprendere gli intenti del regista. Dicevamo quindi che lo scontro con Polifemo diventa prettamente fisico senza il geniale inganno linguistico del “Nessuno”, la riunione con Penelope è legata solo all’espediente della spilla senza la prova del letto nuziale intagliato in un tronco di ulivo. Il loro figlio Telemaco viene costruito più vicino alla sensibilità moderna e nel massacro finale mantiene un profilo meno brutale. Inoltre, il suo viaggio viene estremamente compresso incentrandosi maggiormente sull’incontro con Menelao (interpretato da Jon Bernthal).
Calipso diventa una sorta di curatrice ed insieme ai Lotofagi si fondono in un’unica vicenda legata alla droga, al possesso (lei lo tiene sull’isola perché alla fine se ne innamora), alla memoria e al trauma di guerra, i Lestrigoni perdono i tratti di giganti cannibali e diventano guerrieri in armatura, l’incontro con Achille nell’Ade viene sostituito dal confronto con il fantasma di Sinone (ignaro di essere parte di un inganno più grande). Circe diventa una strega primitiva, capace di deformare i corpi dei soldati in creature diverse rei di essere solo dei violenti. Infine la strage dei Proci: Nolan rifiuta di celebrare il massacro, che diventa un’ulteriore spirale di violenza da cui Ulisse esce moralmente dilaniato.
Il resto è la solita, bulimica, rigonfia e debordante messa in scena di Nolan: i primi venti minuti sono verbosi, confusi e frettolosi come se avesse l’impellenza di andare al sodo senza troppi preamboli.

Rifiuta la CGI, riesce a girare nelle migliori location del globo terracqueo (Grecia, Islanda, Marocco, Sicilia solo per dirne alcune), utilizza la più grande riproduzione moderna di una nave vichinga per le scene in mare, si fa costruire interi set nuovi di zecca con cui riempirli di comparse a iosa per poi castrarsi pietosamente volendo utilizzare le camere IMAX girando in pellicola da 70 millimetri. Non sono un tecnico, ho letto diversi articoli su questa modalità, ma credo che questo modo di girare estremamente dispendioso non gli permetta di avere “tanto girato” ed alla fine il film è montato con il materiale che ha. I famosi “buchi di sceneggiatura” probabilmente sono riconducibili proprio a questo, la scena proprio non c’è perché se devi cambiare bobina ogni tre minuti magari qualcosa per strada ti perdi in quanto i take che puoi fare sono limitati. Tra l’altro solo in una manciata di cinema al mondo è possibile vedere il film esattamente come è stato girato, il resto è sempre una riduzione.
Ma almeno a questo giro si è ricordato di far zoppicare chi sta rinchiuso per giorni in un buco – questa gli era mancata in Dark Knight Rises dove i poliziotti chiusi per mesi in un tunnel erano improvvisamente diventati dei black bloc.
Quando però ci riesce a mettere tutti i pezzi in fila, ci regala delle scene da paura: quella con Circe è un gioiello di tensione che sfiora il body horror, dentro il cavallo di Troia traspare benissimo tutto il sacrificio dei soldati così come la rappresentazione dell‘Ade stessa, ed anche quella di Polifemo – pur avendo dei problemi di montaggio che non permettono bene di capire il senso dello spazio – hanno un fascino ed una resa visiva straordinaria.

Come da consuetudine Nolan si circonda di fedelissimi. Stavolta però affida il volto del protagonista ad un altro giovane – vecchio attore, il figliol prodigo per eccellenza: dopo Salvate il soldato Ryan e The Martian, anche qua Matt Damon deve tornare a casa. In fin dei conti il suo è un Ulisse credibile, che rischia in certi punti di essere travolto dal film – così come Ulisse dagli eventi avversi – ma che alla fine porta a casa il lavoro. Sempre per rimanere in famiglia, stavolta Nolan riesce anche a scrivere discretamente un personaggio femminile affidando il personaggio di Penelope ad una convincente Anne Hathaway.
Per una produzione del genere, tutto il cast è di primordine anche se non tutto funziona bene. Sull’isola con Calipso, interpretata da una fuori scala come Charlize Theron, ci saremmo rimasti tutti, il Telemaco di Tom Holland sembra Mahoney di Scuola di Polizia, a Zendaya le è bastato togliere il respiratore dal naso per impersonare Atena, Robert Pattinson (Antinoo) sta cercando in tutti i modi di farci dimenticare di aver fatto Twilight, mentre l’entrata a Troia di Agamennone (già ribattezzato Auramennone) è seconda solo a quella di Darth Vader in Rogue One.
Ma la menzione speciale va alla sorprendente interpretazione di John Leguizamo, il Benny Blanco di Carlito’s Way, qua nelle vesti del fedele servo e mentore Eumeo.

Sorvolo sulla sterile polemica scaturita sul fatto che Elena di Troia e sua sorella Clitennestra siano interpretate – peraltro in maniera superlativa – da Lupita Nyong’o mentre sul fatto che un indiano come Himesh Patel interpreti Euriloco, uno dei fedelissimi di Ulisse, non si è mossa foglia.
Anche dietro la macchina da presa vi sono altri due fedelissimi di Nolan.
La fotografia di Hoyte van Hoytema è molto quadrata e rigorosa e segue molto lo stato d’animo del nostro amato protagonista, offrendo immagini molto cupe negli spazi interni (il banchetto nella casa di Ulisse) e molto luminose negli ambienti aperti (l’isola di Calipso).
La colonna sonora di Ludwig Göransson è eccellente, riesce a dare ritmo al film, a mettere l’accento su tutti i momenti epici e si fa abilmente da parte nei momenti più toccanti. Nolan non voleva che fosse una classica colonna sonora sinfonica orchestrale né una roba moderna alla Avengers, ed è per questo che Göransson ha utilizzato strumenti antichi (gong di bronzo, tamburi in lamiera, flauti) affiancandoli ad elementi elettronici.
Poi entrambi ci hanno regalato quella perla di When I’m Home, con la collaborazione di Travis Scott e di James Blake.

L’Odissea per Nolan non è un altro tassello nella sua filmografia ma è l’opera che riesce a raccogliere e a mettere insieme tutti gli elementi del suo cinema “da ritorno”, auto-citandosi un’infinità di volte. Per questo ho detto che Nolan la sua Odissea l’aveva già fatta ma aveva solo bisogno di mettere insieme i pezzi. Il tormento dell’eroe costretto a fare delle scelte si era già visto nella trilogia del Cavaliere Oscuro, il ritorno a casa è tutto il senso di Inception così come l’idea da innestare è il Cavallo di Troia e il totem che lo ancora alla realtà è la spilla di Atena.
Nolan è un regista ossessionato dalla memoria (la necessità di ricordare di Ulisse è seconda solo a quella di Leonard Shelby in Memento), dall’identità (l’Ulisse buono/cattivo è alla stregua del doppio protagonista in The Prestige), dal genio distruttivo (Oppenheimer) e dallo slittamento del tempo (Tenet): sotto tutti questi aspetti, che ci piaccia o no, il film regge e tiene la stessa logica dall’inizio alla fine come adattamento cinematografico e non come errore di lettura del testo originale. Paradossalmente è il film più quadrato e misurato di Nolan dai tempi di The Prestige (assieme ad Inception, il migliore dopo Memento), riuscendo a scomporre la vicenda su piani narrativi e temporali diversi senza confusionarie premesse come era per Tenet o il poco memorabile Dunkirk, senza guardarsi troppo l’ombelico come fu per Oppenheimer (film che io detesto) o buttarla troppo in lacrime come in Interstellar (altro film senza Dio et simili). Qua c’è volutamente un’asciugatura di tanti temi e aspetti per cercare di intercettare un pubblico più vasto possibile, considerando anche che solo per sommi capi le figure che popolano l’Odissea sono diventate quasi pop.
Chi cercherà in sala una trasposizione rigorosa e pedissequa del testo omerico rimarrà senza dubbio deluso. Se ve lo chiedono a scuola ve lo dovete leggere, noi alle superiori con il Gattopardo passammo direttamente al film di Visconti (anche se poi sbagliammo e noleggiammo un film porno).
Nolan costruisce un Odisseo segnato dal trauma, un reduce consumato dal senso di colpa per l’inganno che ha causato la fine di una civiltà e la morte dei suoi uomini, offrendo una lettura pacifista – ogni riferimento agli esportatori di democrazia è puramente casuale – e psicologica, rimettendo al centro un essere umano – l’uomo che inventa i dèi ma che poi ne tradisce le leggi – molto lontano dall’eroe trionfante della tradizione classica.

Quello che mi domando è se ha senso spendere 250 milioni di dollari – più altri 150 di marketing – per un prodotto del genere e se Nolan ha ancora la necessità di fare un prodotto del genere. Avrebbe potuto fare un’origin story senza scomodare testi secolari ma per gli studios è come mettere i soldi in banca, visto che nel primo mese di proiezione ha già incassato un miliardo e mezzo di dollari. Per la sua filmografia, opinione personale, forse gli farebbe bene tornare a lavorare con suo fratello.
Ma Nolan ormai è un regista furbo, sa benissimo come muoversi. Ha capito che prima di creare un film deve creare un evento: questa produzione aveva già fatto rumore alla prima inquadratura dell’armatura di Agamennone. Ad oggi è l’unico regista “di nuova generazione” capace di riportare la gente al cinema e di riempire le sale. I vecchi, da Spielberg a Scorsese, eccetto forse Cameron, non trainano più mentre si salvano solo quei film legati a brand particolari come Marvel, Lego o Super Mario.
Questa cosa Nolan la sa benissimo e alla fine credo che, al di là della bontà degli intenti, rimettere lo spettatore al centro – cioè portarlo al cinema – sia comunque un bene.
Il resto è solo apparente magia.
Odissea (Christopher Nolan, Universal Picture, 2h 52m, 2026)




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