
Alle soglie quasi degli anni ‘30, sugli A Perfect Circle – il primo e il più importante “progetto” di Maynard James Keenan al di fuori dei Tool – credo che non ci sia più niente da raccontare. Nati come progetto personale del tecnico del suono di NIN e Smashing Pumpkins, Billy Howerdel, fu proprio lo stesso Maynard a volerne fare parte, grazie ad alcuni demo ascoltati durante la registrazione di Ænima. Nacquero così, con nomi importanti della scena musicale americana (Josh Freese, James Iha, Tim Alexander, Troy Van Leeuwen, Paz Lenchantin), gli album Mer de Noms (2000), Thirteenth Step (2003), eMotive (2004), fino alla lunga pausa interrotta da Eat the Elephant (2018). Il resto è storia e gusti personali. Io, come al mio solito, li ho scoperti solo dopo i primi album, ma questa ormai non è una novità.
Ma è storia anche un simpatico aneddoto a cui è legata la presenza in Italia della band. Correva l’anno 2017 e decisi di prendere, a mo’ di regalo di Natale, due biglietti per me e il fidato bro per la data del 1° luglio 2018 all’Arena di Verona. Ma mia figlia, quella “grande”, doveva nascere il 25 giugno 2018; quindi fu pianificato nei minimi dettagli un blitz mordi e fuggi sulle ali dell’entusiasmo dell’imminente paternità. Questa bimba, però, in pancia ci stava bene, fregandosene altamente dei nostri piani. Mia moglie venne ricoverata per fine termine il 1° luglio, la bimba nacque il giorno successivo e il concerto saltato fu il primo cambio di programma dovuto al nuovo status di genitori. Al tempo non c’era ancora la possibilità di vendere in maniera sicura i biglietti e sul secondary ticketing non c’era la sensibilità attuale, anche se il problema non è ancora stato del tutto risolto.
Quindi, una volta annunciata la data in terra ferrarese, abbiamo dovuto fare una scelta di campo: recuperare quello che era nostro o aspettare l’annuncio della lineup del Firenze Rocks, vista la molto probabile concomitanza delle date? Abbiamo scelto la prima opzione e devo dire che non è andata male. Io avevo puntato una Goleador alla frutta sulla presenza dei Rolling Stones, ma l’artrite di Richards ha avuto la meglio; Lenny Kravitz e Robbie Williams non sono un motivo sufficientemente valido per stare una giornata in quel campo di patate che è diventata la Visarno Arena. Peccato per i Cure, quello sì. Visto anche che non si può avere tutto dalla vita e che spesso l’entusiasmo del momento ha la meglio sugli incastri del presente, anche Metallica (Bologna) e Iron Maiden (Milano) sono saltati. I secondi non li ho ancora visti; spero di avere una possibilità, ma non prima del 2028 da quel che ho letto.
Orbene, il Ferrara Summer Festival era per noi una creatura del tutto sconosciuta della quale non si parlava per niente bene, soprattutto da parte di chi lo scorso anno aveva visto gli Slipknot, i Massive Attack e i Judas Priest. Ma ormai siamo grandi e abbiamo capito come gira il fumo. Sappiamo benissimo che i biglietti sono costati, al netto di prevendita e spese di spedizione, il doppio di quanto li pagammo nel 2018; sappiamo benissimo che non possiamo portare né acqua né cibo dentro la piazza e che quello proposto avrà la qualità dell’Eurospin a prezzi da Eataly; sappiamo benissimo che non si andrà oltre le 23:00 perché i concerti vengono fatti o all’interno di centri storici o in the middle of nowhere con rigide misure di sicurezza. In Italia funziona così, per precise volontà sia politiche che economiche: io faccio un altro lavoro e quindi non ho la soluzione in tasca, ma non andarci e lamentarsi su Facebook non credo serva a qualcosa.

Arrivati a Ferrara per le 17:00 con un parcheggio bello comodo già prenotato – i vizi giustificati dall’età –, ci mettiamo subito in fila per poter entrare. Solo che non sappiamo “quale” fila, visto che il serpentone che si è formato lungo Palazzo Strozzi è dovuto più all’ombra che a precise indicazioni. Passate le 18:00 le transenne sono sempre chiuse – dovevano aprire alle 17:00 –, nessuno nella fila sa con certezza se sia il varco giusto o se ci siano distinzioni nei biglietti e, ad un certo punto, cominciano a girare voci incontrollate: da un “dall’altra parte hanno già aperto e non c’è nessuno” fino ad arrivare persino a “ha segnato anche Zoff di testa, su calcio d’angolo…”.
Alla fine vince il passaparola e fanno entrare prima chi aveva il Gold Circle, ma ancora non abbiamo capito se fosse così dall’inizio o se sia stata una mossa per smaltire la fila. Un passetto alla volta riusciamo ad entrare; tra lo stupore generale, subito prima dell’ingresso viene data a tutti una bottiglia d’acqua. Gioia e giubilo tra la folla, il problema è che l’enorme bancale è completamente al sole e l’acqua dentro a quelle povere bottigliette ha raggiunto la temperatura ideale per una buona tisana in una fredda giornata di pioggia.
Visto che Piazza Ariostea non ha le dimensioni della Visarno Arena e gli alberi intorno ci offrono un po’ d’ombra, ce la prendiamo comoda ed entriamo nel Circle solo dopo che è salito sul palco il primo gruppo. Come mio solito, non approfondisco mai i gruppi spalla prima del concerto, ma lo faccio sempre dopo.

In prima battuta c’è A.A. Williams, un visibilmente accaldato incrocio inglese tra Ilenia Pastorelli e Mercoledì Addams. Nel giro che conta ormai da diversi anni, dopo aver aperto i concerti di Explosions In The Sky, Russian Circles e Sisters Of Mercy, e aver collaborato con i Cult Of Luna per il suo disco d’esordio (Forever Blue, 2020), la Williams propone una interessante mistura di modern classical, post-rock, metal e cantautorato dalle tinte gotiche, più adatto all’ascolto in cuffia che non su un palco all’ora dell’aperitivo. Il nuovo album (Solstice), uscito poche settimane fa, potrebbe essere l’occasione per recuperarla.

Dopo un breve cambio di palco tocca a Jehnny Beth il compito di alzare i giri del motore del festival. Attrice prima che cantante (vero nome Camille Berthomier), negli anni si è fatta conoscere nel mondo della musica sia per progetti solisti sia per varie collaborazioni con Trentemøller, Julian Casablancas, Tindersticks, Gorillaz, Noel Gallagher, Atticus Ross, Romy Madley Croft degli xx, Idles e Bobby Gillespie dei Primal Scream. Il suo è un miscuglio di noise (Jarboe è più di un’ispirazione), alternative e punk rock in calze e décolleté di vernice nera, che ben presto la porterà a scendere tra la folla e a fare un mezzo crowd surfing per la gioia dei maschietti presenti. Si pensava avesse una ventina d’anni, in realtà è una nostra coetanea e, visto come si è dimenata per quasi un’ora, ha annichilito i nostri “Oplà” e “Oh issa”. Contrariamente alla Williams, è più adatta alla performance sul palco (ottima la cover di Army of Me di Björk) che all’ascolto su disco.

Con un lieve ritardo di qualche secondo, alle 21:15, sulle note di War Pigs dei Sabbath – ormai diventata opener in tape di tutti i concerti – entrano Freese, McJunkins, Iha (credo fosse lui, non ho trovato conferme) e Howerdel per attaccare subito con The Package. Con un delay di qualche minuto arriva anche M.J.K. in completo scuro nella versione Giudice Morton cartone animato; sale su una pedana nella sua classica posizione arretrata e comincia a dondolarsi all’asta del microfono, visibilmente più alta di lui. I primi versi cantati (Clever got me this far / Then tricky got me in / Eye on what I’m after / Don’t need another friend) accompagnano il sole che aveva accecato la Williams dietro Palazzo Strozzi, e qua si capisce il tipo di serata che ci attenderà.
Il mantra “Dopamine / On dopamine” di Disillusioned è l’inizio del trittico di canzoni preso da Eat The Elephant, il loro ultimo lavoro del 2018, ancora non ben assimilato da una buona parte del pubblico. Per fortuna le successive The Contrarian e The Doomed in sede live dimostrano tutta la qualità dei loro arrangiamenti, offrendo anche un sound più corposo.
Ok dai, l’abbiamo capito: possiamo tutti lasciarci andare. E dove se non sulla splendida Weak and Powerless, seguita da Rose – il primo affaccio di Mer De Noms in scaletta – e dalla morbidissima Gravity? Nel pubblico siamo ad un livello che sta tra l’adulazione e l’adorazione, un grande classico quando c’è di mezzo Maynard.
Ma per il sottoscritto è Kindred la vera sorpresa della serata. Presente nel Sessanta E.P.P.P. (un EP con tre canzoni per i sessant’anni di Maynard) e sconosciuta ai presenti, testimonia che, anche negli episodi “minori”, il buon Keenan riesce ancora a tirare fuori dal cilindro parole che fanno centro (Delicate age for such an awful loss and lesson / Momentary, fleeting, and brief / A nature of all connection), proponendo una struggente ninna nanna sulla batteria marziale di Freese.
L’atmosfera di calore ormai consolidata che i nostri hanno riversato su Piazza Ariostea accompagna il live, con una performance che punta tutto sulla resa e mai sullo spettacolo in sé. Il drumming di Freese è potente e preciso ma non sovrasta mai gli altri componenti; Howerdel è concentratissimo sulla sua chitarra, scambiandosi spesso la posizione con Matt McJunkins, un ottimo bassista nel giro della band già da qualche anno. Il palco è minimale ma funzionale, dove l’uso di un’illuminazione drammatica e spesso minimalista, con giochi di controluce e silhouette, crea un’atmosfera quasi rituale. Sulla location che gli vuoi dire? Almeno non è un polverone come la Visarno Arena, però è molto piccola per eventi del genere e, se ci mettiamo gli stand, i bagni, il mixer e la statua dell’Ariosto (che è lì dal 1833), lo spazio si restringe ancora. Egoisticamente parlando, coloro che come noi erano praticamente sotto il palco in posizione centrale hanno sentito tutto benissimo. Gli altri non saprei.
Il resto ovviamente lo fa Maynard, mai illuminato né inquadrato sul grande schermo sullo sfondo – ma questa ormai non è una novità –, che riesce con il suo solito grande mestiere e talento a fare la differenza, entrando nelle pieghe delle canzoni, cambiando spesso registro senza sbavature. Non lo vedi, ma lo senti, e forse anche il non farsi vedere non è un semplice capriccio da star – al netto delle bizzarrie del personaggio –, ma la precisa volontà di costringerci a fare una cosa a cui non siamo più abituati: ovvero spremere i nostri sensi e concentrarci non più sulla performance individuale, bensì sull’esperienza sonora e visiva nel suo complesso. L’uso del cellulare è tollerato più dalla band che dalla security – rigorosamente senza flash –, ma il pubblico sa ben gestire la cosa e, salvo qualche momento, tutti lo tengono ben in tasca. Io sono dell’idea che dieci minuti tra foto e video dovrebbero essere concessi, anche perché poi per articoli come questo mi tocca usare il materiale di altri o di repertorio.
Detto questo, la scaletta prende una piega un po’ più derivativa, tra qualche classico e un paio di esperimenti. Dopo una Blue molto più liquida – questo per colpa dei volumi proposti, non di certo da inquinamento acustico, cosa che si noterà anche in TalkTalk – e il remix di 3 Libras nella versione All Main Courses Mix tratta da aMOTION – che non tutti dimostrano di apprezzare –, viene il momento di The Outsider, a mio avviso una delle migliori canzoni composte dal duo Keenan & Howerdel, la cui forza è ancora intatta a distanza di vent’anni e magistralmente eseguita.
Segue poi Pet nella versione Counting Bodies Like Sheep to the Rhythm of the War Drums (da eMotive), dalla bella resa sonora, che permette a Maynard di tirare un po’ il fiato senza bisogno di fare una pausa, prima del trittico finale composto dal nuovo singolo Starless, l’immancabile The Noose e poi il grande classico, ossia Judith: la canzone che al tempo della sua uscita riuscì ad incarnare sapientemente gli ultimi vagiti di grunge, alternative e rock classico. È la canzone che li ha fatti conoscere al pubblico e, anche senza Paz Lenchantin a farsi la coda, rimane anch’essa immutabile.
In poco più di un’ora e mezza, gli A Perfect Circle hanno offerto una prestazione magistrale fatta di tecnica, eleganza, intensità e di emozione pura. Il gruppo fondato da Keenan e Howerdel nel tempo si è rivelato più di un divertissement per uscire dalle rigide regole compositive del gruppo madre (per il primo) e per evitare di passare la vita “ad accordare le chitarre degli altri” (per il secondo). Con soli 4 dischi in 26 anni di carriera e una presenza live con il contagocce, sono riusciti a formare un pubblico capace di ritrovarsi nei temi affrontati, che si parli di autodistruzione, di relazioni tossiche, della difficoltà di rompere schemi comportamentali dannosi, dell’ipocrisia religiosa, della dipendenza dalla tecnologia e dai social media, fino ad una riflessione più ampia sulla mortalità e sul senso di impotenza di fronte ai grandi problemi globali.
Qualcuno potrà obiettare sulla brevità del concerto – terminato alle 22:45 –, su una scaletta che ha dato poco spazio a Mer de Noms (il pubblico chiedeva Orestes), sull’algidità e il distacco della performance, come un cartellino timbrato da professionisti con il pilota automatico. Ovviamente non siamo mai contenti, questo è il male di questo secolo che va ben oltre un piccolo concerto. Personalmente credo che si possa anche stare di fronte ad un palco senza massacrarsi di botte – considerando anche cosa proponeva il festival il giorno dopo –, fare buon viso a cattivo gioco su prezzi e servizi e starsene un po’ in pace a cantare canzoni che, chi più chi meno, chi prima chi dopo, conosce da una vita. L’ho capito dalla coppia di signori che avevo accanto a me: lui con maglia Puscifer e logo A Perfect Circle tatuato sulla spalla, visibilmente emozionato ed impacciato ad usare il cellulare come capita alle persone di una certa età; lei con borsa Borbonese a tracolla, felice come una ragazzina perché era riuscita a prendere il plettro lanciato da Matt McJunkins.
Il resto è birra a 7 euro.



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