“Mia madre, il giudice spietato della mia vita”

Spesso sostengo che le cose di mia moglie siano anche un po’ mie (difficilmente è il contrario), con un’alta percentuale di sole clamorose. A questo giro però ho voluto andare in controtendenza ed appropriami di un libro presente nella sua pila “da leggere” da un po’ di tempo, complice anche una bella settimana a non sciare e la voglia di esulare un po’ dal mio classico giro di letture di “morte&distruzione”. Un’invasione di campo ecco, ampiamente calcolata quando sono libri, un po’ meno quando si tratta di conserve di pomodoro o fornetti Versilia.

Ma andiamo con ordine. Come on guys!

Tutto nasce dal fatto che l’autrice, Beatrice Benicchi, è la figlia dei titolari dell’agenzia di comunicazione dove ha lavorato mia moglie per quasi cinque anni dopo essere venuta via da Milano. Nata a Lucca nel 1995, ha un passato da cestista professionista e giornalista di viaggio, ed è anche autrice di Slam Poetry. Si è laureata in Comunicazione media e pubblicità alla IULM e fa parte del progetto editoriale Inland, magazine indipendente con base a Copenaghen, dove pubblica reportage da luoghi estremi del mondo. Non per cattiveria, il suo romanzo d’esordio, pubblicato da Gramma Feltrinelli, è uscito il 3 settembre 2024.

La protagonista attorno alla quale ruotano tutte le vicende è Anna Lané, una giovane ventiquattrenne che vive a Milano, figlia di Nicoletta, magistrato, e di Vincenzo, barista. Quando i genitori si separano, lei decide di andare a vivere con il padre. Entrambi si trasferiscono momentaneamente dalla nonna paterna, Agnese, bizzarra signora ludopatica e poco incline alle relazIoni umane, che vive nella sperduta campagna milanese, tra centinaia di schizzi al carboncino, rettilari, una capra e un pianoforte malandato. 

Ma due episodi in particolare daranno vita, come un effetto domino, a tutta una serie di eventi. Il primo, per salvare la capra durante un temporale, Anna verrà colpita da un fulmine ma riuscirà a salvarsi. Il secondo è la morte della nonna, fatto che porterà alla luce qualche verità non proprio di comodo. 

Il titolo del libro riprende il famoso detto che spesso si usa per le bugie bianche, quelle “a fin di bene”. Qua la menzogna è usata come sopravvivenza, unico strumento per navigare in un mondo che sembra non avere spazio per la verità o per chi, per demeriti proprio, è rimasto indietro.

L’evento del fulmine sta proprio in quel confine labile tra la mezza verità e la contraddizione: esserne colpiti ci rende dei prescelti? E salvarsi ci rende anche delle persone speciali? Oppure siamo semplicemente delle persone sfortunate capitate nel posto o nel momento sbagliato? Anna è per prima cosa vittima di una vita in bilico tra il senso di inadeguatezza (creato da se stessa) e la convinzione (negli altri) di essere speciale. 

Questo equilibrio precario serve a tratteggiare l’affresco di una generazione, quella dei ventenni, che brucia occasioni e si sente fuori posto: l’influencer adottata, lo studente spilungone, il giovane allevatore, l’ereditiero tossicodipendente. I giovani vengono visti solo a livello prestazionale con una quota di scomodità relazionale non proprio trascurabile (“non mi va di baciarti ed essere meno felice di così” dirà Anna a Telmo sulla soglia di un portone). 

Anche gli adulti non vengono trattati meglio, incapaci di essere guide o punti di riferimento, senza mai riuscire a prendersi le loro responsabilità, superare i conflitti e andare oltre: la mamma sa solo emettere sentenze, il padre sa fare solo caffè, collezionare figurine e pessimi giochi di magia mentre Giovanna, la vicina di casa è convinta che produrre ragù e torte in quantità industriali possa lenire tutti mali del mondo. 

Tante storie per traiettorie sbagliate, una parata di personaggi bizzarri e spesso irrisolti ma, come i personaggi di Alice nel Paese delle Meraviglie (uno su tutti,  M.K. Granola, conduttore del programma Kart Calling, ex critico d’arte, amante dei Cavalier King ed esperto di ipnosi) sono vividi e credibili nel contesto narrativo. Il rapporto con loro resta comunque fugace e distante, fatto solo di aperitivi, quindi momenti passeggeri di breve durata, e niente cene, ovvero mai l’uno di fronte all’altro. In tutto questo si muove la nostra Anna, ancorata ad una profonda, seppur all’apparenza, strana saggezza che la farà risultare un personaggio di grande solidità e che non riuscirà mai a perdere la bussola.

Con una narrazione feroce ed amaramente ironica, nonostante qualche episodio grottesco decisamente anche fin troppo sopra le righe, l’autrice evita per fortuna i classici stereotipi dei romanzi di formazione giovanili, preferendo una narrazione più cruda e meno rassicurante. 

Non ha la portata né l’ambizione di diventare un manifesto generazionale, vuole solo raccontare una storia estremamente personale ma che riesce anche nell’intento di raccontare la giovinezza contemporanea e le sue fragilità, confermando il detto secondo il quale siamo un po’ la storia (o forse la bugia) che ci raccontiamo.

Beatrice Benicchi – Non per cattiveria (Feltrinelli Gramma, 2024, 288 pp.)


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