
“Non so se la appassionasse inserire parole dentro le caselle più di quanto volesse adeguarsi alla versione di sé che mio padre aveva predisposto per lei”.
Di questo libro, vincitore del Premio Strega 2025, avevo sempre sentito parlare senza che la cosa si concretizzasse in una seria curiosità. Ma alla fine è lui ad essere venuto da me visto che me lo sono ritrovato in casa perché regalato da una zia in quanto doppione. Ed è finito in valigia per la settimana bianca.
Ma andiamo con ordine. Come on guys!
Il romanzo si apre nel giorno che segna il decimo anniversario dell’ultima volta in cui il protagonista (il cui nome non viene mai rivelato ma si intende sia proprio l’autore stesso) ha visto i suoi genitori. Infatti, dieci anni prima ha scelto di interrompere ogni contatto con la famiglia d’origine, trasferendosi anche per alcuni periodi all’estero e cambiando numero di telefono, una decisione che non nasce da un evento traumatico specifico, ma da un accumulo di sofferenze e dinamiche familiari oppressive.
Di pagina in pagina l’autore proverà a srotolare e dipanare, come se fosse un racconto noir, la propria vicenda per comunicare il perché della scelta di qualche riga sopra. Gli eventi seguono sì un sottile filo temporale ma vengono raccontati più come nesso di causa ed effetto, dove quest’ultimo è spiegato dal primo, in cui l’autore ricostruisce i ricordi e il passato, lasciando in sospeso se le emozioni ad esse legate sono parti di verità o finzione.
Ovviamente tutto ruota intorno ai componenti della famiglia: il padre, figura tutto sommato silenziosa, non manifestava una forma di patriarcato in senso stretto ma più una sorta di totalitarismo, dove a lui spettava il compito di dare l’indirizzo a tutte le cose di casa, ossia la legge, mentre la madre era solo il braccio armato. Conosciuti con premesse ben diverse, il loro rapporto, anche a causa di qualche inciampo personale, prenderà ben presto un altro indirizzo (“lui voleva che lei fosse niente per potere, lui, essere qualcosa, e lei voleva essere niente perché essere niente era almeno qualcosa”). Non era un padre violento ma contravvenire alle sue regole poteva voler dire giorni di purgatorio per tutti. La madre proverà nel tempo a smuovere un po’ le acque ma saranno solo piccole evasioni (il biglietto lasciato sulla macchina del marito sotto casa dall’amante è un maldestro tentativo a cui non viene dato un seguito deciso) più che insurrezioni partigiane (il lavoro al supermercato è solo un’ora d’aria invece di un segno di indipendenza). Con il bastone e la carota, il marito concede qualcosa alla moglie consapevole del fatto che la cosa sarebbe poi evaporata nel nulla e che opporre resistenza avrebbe avuto l’effetto opposto, applicando rigide regole come quelle sull’uso del telefono, caso emblematico del modus operandi del padre. Installato solo alla fine degli anni ’90 ed intestato alla madre, significherà per lei perdere anche quella piccola libertà di andare alla cabina telefonica per chiamare sua madre. Il telefono doveva rispondere alla necessità e non ad una funzione ricreativa. Nessuno in casa si azzardava a chiamare per non pesare sulla bolletta, facendo squilli per essere richiamati.
In mezzo a ciò due figli, un maschio ed una femmina (della quale, ad onor del vero, non si fa molta menzione). Il figlio ha evidente paura del padre, come se protestare o seguire un’altra strada potesse destabilizzare l’ordine della famiglia; sua sorella non è di questo avviso ed è per questo che più volte si schiererà contro suo fratello anticipando alcune sue scelte future.
I nodi si faranno sempre più stretti, tra convinzioni di poter avere un qualche potere psichico per lanciare delle malattie agli altri, fidanzate mal viste, una bizzarra psicologa fino ad arrivare anche alla visita di una pattuglia dei Carabinieri.
Con una scrittura che soppesa con cura le parole, regalandoci delle immagini straordinarie quanto drammatiche (“mio padre si mise accanto al corpo di mia madre”), L’anniversario è il classico libro che si legge da solo dove più di una persona potrebbe riconoscersi nel protagonista, nei suoi macigni, nei suoi silenzi, nei suoi fallimenti, nel riversare le proprie dinamiche familiari anche nei propri rapporti strettamente personali. Alcuni invece potrebbero rimproverare all’autore/protagonista un certo lassismo nell’aver subito alcune situazioni senza aver ribaltato il tavolo sin da subito. E l’apparente freddezza nel racconto non serve a istituire tribunali e nominare colpevoli, bensì a cercare di mettere l’accento sulla maturazione interiore ed emotiva culminata nel distacco finale.
In fondo il padre chiedeva solo amore tramite il terrore e la paura, ma la madre ne era immune: lui aveva perso perché si era scavato un cratere attorno a sé, lei aveva vinto rinunciando però alla vita.
Andrea Bajani – L’anniversario (Feltrinelli, 2025, 128 pp.)




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