Ero sul mio Trono di Ceramica quando, appena aperto Facebook, mi trovo davanti a un post che recita queste parole:

“We are Neurosis. Aaron Turner is our new bandmate. Our new album An Undying Love for a Burning World is out today”.

Sussulto, leggo e rileggo, mi aggrappo disperatamente al mio inglese maccheronico ma credo di aver tradotto bene; una ricerca su Google me lo conferma: matrimonio dell’anno e disco a sorpresa! Così deh botto! Non proprio senza senso, a certe cose un senso si può sempre trovare.

Riavvolgiamo un secondo il nastro. L’ultimo lavoro della band di Oakland, Fires Within Fires, risaliva al lontano 2016, poi nel 2019 la band è entrata in una sorta di silenzio. Nel 2022, Scott Kelly, dopo aver ammesso sul proprio profilo Facebook di aver abusato fisicamente, verbalmente e psicologicamente della moglie e dei figli, decise di ritirarsi a vita privata lasciando il gruppo. In merito a ciò, gli altri compagni dichiararono di essere al corrente della vicenda e specificarono che l’allontanamento di Kelly risaliva già al 2019, una volta scoperta la gravità delle sue azioni. Successivamente Von Till si è dato a una (ottima, a mio avviso) carriera solista, mentre degli altri ho perso traccia.

Diverso è il percorso di Aaron Turner. Sciolti gli Isis nel 2010 all’indomani di Wavering Radiant, Caxide, Meyer e Harris insieme a Chino Moreno dei Deftones formarono il collettivo Palms, che nel 2013 diede alle stampe l’onesto ma non indimenticabile omonimo album. Turner, insieme a Nick Yacyshyn, batterista dei Baptists, e Brian Cook, bassista di Botch e Russian Circles, formarono i Sumac, un gruppo di cui ho già parlato diverse volte da queste parti.

Tornando ai giorni nostri, credo che l’isolamento, l’ansia, il lutto e la ricerca di un senso in questo mondo frammentato abbiano spinto Von Till e soci a pubblicare del nuovo materiale.

Non a caso l’album si apre con le urla a squarciagola del nuovo duo Turner-Von Till di We Are Torn Wide Open, vero e proprio mantra che getta subito le fondamenta tematiche dell’album (The separation that burns our hearts / Is the root of all our disease), subito rivendicate nella tellurica Mirror Deep (Low, sick and tired / Know they are mining our minds), che sguazza dalle parti di Souls at Zero e Through Silver in Blood. L’imponente growl di Turner arriva puntuale in First Red Rays, storia di una nuova rinascita (All born, empty and silent / From blind night torn / New dawn unveiled), il cui core è inevitabilmente lo struggente lungo intreccio tra le due chitarre con il comparto elettronico ad opera di un Noah Landis qua veramente ispirato.

Ma è con la successiva Blind che i Neurosis dimostrano tutta la loro (attuale) cifra stilistica, fornendo una prova maiuscola nel tentativo di riunire sotto il segno della speranza (Wounded, wounded, will we heal or turn septic? / Dreamless, dreamless, distant sleep we are weeping) la furia hardcore degli esordi, certe pesantezze sludge e il folk oscuro tanto caro a Von Till, in un continuum di tensione e rilascio non nuovo da queste parti, ma con un piglio ritrovato rispetto alle ultime prove.

Echi degli esordi si ritrovano nell’apocalittica Seething and Scattered, in cui si rafforzano i temi dell’alienazione personale (We’re all disconnected / From all that is sacred / We’re all disconnected / From ourselves and each other) e dove svetta il drumming tribale di Roeder, con una coda finale che sfocia nel noise puro. Anche Untethered si muove sulle stesse coordinate della precedente traccia, in maniera più compatta ma senza aggiungere niente (forse l’episodio più trascurabile del disco).

Siamo arrivati a quella che è l’accoppiata finale, con un Turner ancora sugli scudi in In the Waiting Hours, dove compaiono gli Isis di Threshold of Transformation alla ricerca di un’agognata rinascita (Bodies weary and bruised / Battered voice implores / Clouds by sun’s new fury / Cuts light from our path). Last Light è invece una maestosa chiusura in cui brillano tutti gli elementi già presenti in Blind, ancora alla ricerca della verità (Knowing our days / No, no longer dream / Our winter’s long, long).

L’ingresso di Turner, vero e forse primo figlioccio di quanto creato dai Neurosis, ha sicuramente innestato nuova linfa nel gruppo americano, portando, più che gli Isis, qualche frammento della durezza dei Sumac e del progetto con Moor Mother. La produzione, ad opera di Scott Evans in sostituzione dello storico produttore Steve Albini (scomparso nel 2024) lascia andare liberi gli strumenti senza troppi artifici.

Non è un disco perfetto (il sound ormai è ampiamente codificato e ci sono ancora alcune esitazioni di troppo), ma è semplicemente il disco di una band leggendaria da sempre fuori scala. Non salverà le sorti della musica, ma con questo An Undying Love for a Burning World i Neurosis vogliono ribadire come la loro musica, per temi ed impostazione, fosse profetica già anni fa e come ancora sia tremendamente attuale.

L’uscita del disco ha coinciso anche con una presenza su un palco dal vivo dopo ben sette anni, al Fire in the Mountains (nel Montana) lo scorso luglio. L’appetito vien mangiando, ed è già stato organizzato un piccolo tour in America e al momento è confermata la loro presenza in due prestigiosi festival europei per il 2027, il Roadburn e il Roskilde. Chissà che magari qualcuno non riesca a portarli anche in Italia.

Neurosis – An Undying Love for a Burning World (Neurot, 2026)


Lascia un commento

In voga