Se con l’omonimo esordio del 1994 la band capitanata da Jus Oborn era ancora legata al suo precedente gruppo, The Lord of Putrefaction, con il successivo Come My Fanatics (1997) gli Electric Wizard (il cui nome è formato da due parole appartenenti ai titoli di due canzoni dei Black Sabbath dei primi anni, ossia The Wizard e Electric Funeral) romperanno definitivamente gli schemi del doom tradizionale – per l’epoca – dove ai ritmi molto cupi, lenti e pesanti affiancheranno un suono denso, caotico, quasi schiacciante, con un approccio volutamente grezzo.

Ma è altrettanto vero che con il successivo Dopethrone (2000) il trio inglese scolpirà definitivamente sulla pietra nera le regole di un certo modo di fare “doom” a cui tante altre band faranno riferimento negli anni successivi, smarcandosi anche da chi li aveva preceduti, ossia i Kyuss (più vicini al rock) e gli Sleep (più vicini al metal).

Qua gli Electric Wizard ripuliscono definitivamente il suono dei Black Sabbath da ogni influenza blues (ma non il groove), creando un incubo di riff pachidermici, strati e strati di distorsioni tossiche, unite alla voce roca di Jus Oborn, che sembra risalita da una tomba, e a una produzione volutamente sporca, affrontando temi occulti e psichedelici, ispirati direttamente ai racconti di Lovecraft e Robert E. Howard, oltre a tanta droga e alcol.

Il monolite doom/stoner per eccellenza, capace di fermare il tempo e sporcare l’anima di chiunque osi ascoltarlo, imprescindibile per chi ama il genere.

Electric Wizard – Dopethrone (Rise Above, 2000)


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