“Vivere è combattere. Combattere è vivere”

Alla fine degli anni ’80 ai Bagni Fiume passavamo le giornate a chiedere a Bomba se ci regalasse un gettone per poter imparare a fare la “bolla” (mezzaluna in basso e poi in avanti), il famoso Hadoken. Per noi piccoletti erano solo galle sulle mani, arrivare a Sagat era quasi impossibile ma chi come me è cresciuto in sala giochi, Street Fighter non è solo uno dei picchiaduro più famosi di sempre, è anche uno dei pilastri dei ricordi legati ai cosiddetti cabinati.

Dopo quarant’anni, nella logica moderna del passato come eterno ritorno (in questo caso commerciale), siamo davanti a un nuovo tentativo di trasposizione cinematografica della serie di casa Capcom, dopo la versione tra il kitsch e il grottesco del 1994 e il fallimentare spin-off del 2009 su Chun-Li. Avevo visto la presentazione del cast agli ultimi TGA e i trailer abbastanza pittoreschi mi avevano incuriosito, quindi di domenica, nell’insolita ora del pranzo, acchiappo all’improvviso la nana grande e andiamo al cinema (il film è classificato 10+).

Questa volta una trasposizione cinematografica di un videogioco troverà maggior fortuna?

Ma andiamo con ordine. Come on guys!

Nel 1987, il giapponese Ryu sconfigge Sagat nel primo torneo World Warrior usando il Dark Hadou, attirando l’attenzione della divinità Akuma. Poco dopo, Akuma uccide il mentore di Ryu, Gouken, per provocare Ryu e spingerlo a scatenare il Dark Hadou. L’incidente allontana Ryu dal suo fratello adottivo, Ken Masters, scomparendo dal mondo delle arti marziali.

Nel 1993, M. Bison, dittatore di Shadaloo, organizza il secondo torneo mondiale dei guerrieri a Metrolao City per far uscire Ryu dal suo nascondiglio. Chun-Li, un’agente dell’Interpol sotto copertura in cerca di vendetta per l’omicidio di suo padre per mano dello stesso Bison, recluta Ken e altri combattenti da tutto il mondo; inizialmente Ryu rifiuta di partecipare, ma Akuma minaccia di eliminare il vincitore del torneo se Ryu non si iscrive.

Fino a qui tutto molto in bolla. Sakurai (regista giapponese) prende i personaggi di Street Fighter II ma centra il focus solo su Ryu e Ken, gli unici personaggi giocabili del primo capitolo del 1987. Dimenticatevi quindi il film barricadiero del 1994 con un Guile chiamato alle armi (alias Jean-Claude Van Damme) come capo delle Nazioni Alleate (un altro modo per chiamare l’esercito americano) contro il tiranno M. Bison (lo scomparso Raúl “Gomez Addams” Juliá).

Ma come si mette in scena un film che alla base aveva solo combattimenti per strada tra personaggi in giro per il mondo? È pur sempre un film “di menare” (cit.) e Sakurai sa ampiamente come fare. Lui viene dallo spettacolo, soprattutto dallo show con Eric André, e quindi dà le chiavi, anzi il megafono, allo stesso André (che pare Lillo) nel ruolo di Don Savage. Per il resto, prende un bel roster di personaggi, gli scrive un rigo di sceneggiatura sulla loro qualità principale, li butta dentro e il gioco è fatto. Il casting è tutto sommato centrato, truccati e addobbati come da tradizione Capcom, popolato da wrestler professionisti (Cody Rhodes è Guile, Joe “Roman Reigns” Anoa’i è Akuma, Hirooki Goto è E. Honda), artisti marziali (Alexander Volkanovski è Joe, Vidyut Jammwal è Dhalsim, Rayna Vallandingham è Juli), perfetti sconosciuti (Andrew Schulz è Dan Hibiki, Olivier Richters è Zangief, Mel Jarnson è Cammy, Orville Peck è Vega, Callina Liang è Chun-Li) e vecchie lenze (David Dastmalchian è M. Bison, Curtis “50 Cent” Jackson è Balrog, Jason Momoa è Blanka). Se a Noah Centineo (scuderia Disney) gli è stato affidato il ruolo di John Rambo nel film prequel della serie, dovrebbe anche andare bene come mezzo biondo per Ken Masters. Ma è su Andrew Koji, ossia Ryu nella sua versione sia Light (alla John Wick) che Dark, che il film poggia interamente e l’interpretazione ne risulta sempre convincente.

La prima parte del film serve, appunto, per costruire i personaggi di Ryu e Ken Masters, il primo scomparso dopo aver vinto il torneo del 1987, il secondo sul tetto del mondo ma privo della sua parte migliore. Le sequenze del 1987 sono animate in stile anime (non ho ancora capito perché tutto ciò che è animato a oggi abbia uno stile “anime” oppure segua lo stile “morbidoso con gli occhioni” inaugurato da Rapunzel della Disney) mentre le sequenze del 1993 hanno di quell’epoca solo qualche palette di colori, MTV e tubi al neon e, se escludiamo la mancanza di smartphone e social, nemmeno si direbbe di essere ancora nell’altro millennio.

Questo perché al regista tutto ciò non interessa granché e rimane fedele sì alla natura dei personaggi (soprattutto al protagonista), ma li aggiorna seguendo un trademark ormai consolidato da diverso tempo: da grandi poteri derivano grandi responsabilità (ma grazie al…), il primo vero nemico è quello che abbiamo dentro (cioè noi stessi), le persone non sono né buone né cattive ma sono le loro azioni a definirle e si può essere fratelli anche se non lo si è di sangue. Tutto vero e sacrosanto, i tempi cambiano anche perché non ci sono più i cattivi di una volta, ma se uno vuole “spiegare bene il male” (cit.) hai bisogno dei Boddicker, dei Gruber, dei Nitti e dei Kurgan, mentre qua la faccia di cera di Dastmalchian non mi ha ancora convinto e Akuma sembra più il cattivo di Ladybug.

Quindi non si menano? Oh sì, certo che si menano, ma in pratica quando entrano in campo i nostri eroi entrano in campo anche le prime crepe del film. La scazzottata nel bar è un royal rumble che avviene senza senso e senza mordente perché siamo nel 2026 e certe battute anni ’80 non si possono più dire, quindi ci si picchia e basta nel festival dello slow motion tra visi deformati, uppercut micidiali e sputazzamenti di sangue a favore di camera. Balrog, Zangief, Guile e compagnia cantante hanno uno screentime ridotto all’osso con un campionario di battute sostanzialmente a zero, nemmeno lo spazio per un meme (anche se a obtorto collo, servono per farsi ricordare) o una battuta memorabile. Per dirla come i giovani di oggi, aura lost.

Quando si ritorna dalla parte di Ryu e Ken Masters, l’inevitabile “il problema sono io, non tu” cerca di dare un po’ di spessore alla narrazione, ma in compenso il film si frammenta in tante piccole parti affastellate tra loro.

“Ascolta un cretino…”

Visivamente è sì un film pensato per il cinema, considerando la buona coreografia e gli effetti dei combattimenti, con una CGI mai troppo invadente, ma sembra di guardare l’ultimo episodio della stagione finale di una serie TV. Alcune cose accadono senza che si capisca bene il perché, alcuni personaggi entrano in scena senza motivo (Cammy che sembra Harley Quinn non si può vedere) che ne giustifichi la presenza, così come ad altri succedono cose senza che nessuno spieghi il perché (tipo Ryu che da una scena all’altra è sempre più ferito e sofferente). La fretta di arrivare a concludere tutte le linee narrative aperte, evidente soprattutto nel montaggio finale, non aiuta.

Street Fighter non è un film brutto in senso stretto, ma è un film che non riesce a brillare su nessuno dei suoi aspetti principali e ha al suo interno i vizi e i cortocircuiti dell’industria cinematografica (americana) moderna. Si ispira a un prodotto del passato (sempre per quel discorso della nostalgia che ci ha regalato Federico Frusciante), ma non può più seguirne i canoni senza peraltro (ri)scriverne dei nuovi, dovendo bilanciare politically correct (ma Zangief di che nazionalità è?), fan service (gli effetti sonori dei principali personaggi sono gli stessi dei videogiochi) e intrattenimento puro, cercando di richiamare al cinema le generazioni del passato (la mia) e di catturare quelle del presente. Che magari ad un cabinato non ci hanno mai nemmeno giocato.

P.S. “Grazie alle mie due lauree” (cit.) ho riconosciuto gli Health nella colonna sonora.

Street Fighter (Kitao Sakurai, Legendary Pictures, Capcom, 2h, 2026)


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