“Ed ecco cosa puoi sapere per certo: terribile è il tempo in cui l’Uomo non voglia soffrire e morire per un’idea, perchè questa unica qualità è fondamento dell’Uomo, e questa unica qualità è uomo in sé, peculiare nell’universo.”

Il titolo originale dell’opera, pubblicato nel 1940 (in America uscì l’anno precedente), The Grapes of Wrath (a sua volta tratto da un verso dell’inno The Battle Hymn of the Republic del 1862) non venne tradotto alla lettera nella versione italiana. È stato scelto un più semplificativo Furore anziché “I grappoli dell’ira”: perché è l’ira, la rabbia, il risentimento verso un’ingiustizia che John Steinbeck voleva suscitare sia nei protagonisti sia nel lettore di questo libro, frutto delle sue visite alle baraccopoli che sorgevano dovunque ai margini delle città, della sua esperienza sulle condizioni e ragioni dell’immigrazione verso la California.

Il libro fu accolto con entusiasmo dal pubblico ma anche con forti critiche e censure, soprattutto dai proprietari terrieri californiani, che lo accusarono di fare propaganda comunista e di generalizzare ed estremizzare troppo alcune situazioni, seppur reali. Nel tempo, invece, divenne il simbolo della Grande Depressione degli anni Trenta in America, portò Steinbeck a vincere il Premio Pulitzer nel 1940 e contribuì significativamente all’assegnazione del Nobel per la Letteratura nel 1962.

Ma andiamo con ordine. Come on guys!

Il romanzo segue la famiglia Joad, contadini dell’Oklahoma costretti ad abbandonare le loro terre durante la Grande Depressione degli anni ’30, spazzati via dalla siccità devastante del Dust Bowl e dalle politiche delle grandi compagnie agricole. La terra, spremuta e poi abbandonata al vento, smette di dare da mangiare, le banche si prendono i poderi e i trattori buttano giù le case dei mezzadri. Con tutti i loro averi caricati su un vecchio camion, i Joad intraprendono il lungo viaggio sulla Route 66 verso la California, creduta una terra promessa di lavoro e prosperità, attraverso il Texas Panhandle, il New Mexico e l’Arizona. Ma presto si accorgeranno che non è il paradiso. È una macchina di sfruttamento che ha bisogno di troppa manodopera per poterla pagare, che tiene i raccoglitori in accampamenti di baracche mentre la frutta marcisce sugli alberi per non far crollare i prezzi.

La numerosa famiglia Joad è, per Steinbeck, il vero centro del libro e il suo principale motore narrativo. Seppur tipizzati, ognuno incarna il simbolo di una reazione diversa alla stessa tragedia.

Alcuni cedono, come Nonno e Nonna Joad, due figure legate alla terra in modo viscerale e simbolo di un mondo che non sopravvive allo sradicamento, così come Pa’ Joad, il capofamiglia, che vive un crollo doppio, perdendo la terra e, di fatto, l’autorità. I giovani, ossia i fratelli Al, Ruthie e Winfield, provano a resistere, mentre Noah e Connie, marito dell’unica figlia femmina Rose of Sharon, fuggono durante il viaggio.

Chi invece compierà una radicale trasformazione a causa degli eventi – e qui entriamo nelle tre figure chiave del libro – è anche il primo che incontriamo, Tom Joad. Appena uscito di prigione dopo aver ucciso un uomo in una rissa, pensa solamente a sé, alla propria libertà vigilata, a tirare avanti, un po’ fuori dal mondo in cui vive. Strada facendo, tra le ingiustizie viste e subite, passerà “dall’io al noi”, figlio di un processo evolutivo fatto di poche parole ma concreto e istintivo.

La seconda figura chiave è la sua mamma, Ma’ Joad. Dura e tenera insieme, quando il patriarca perde autorità e gli uomini vanno in pezzi, è lei a diventare il baricentro della famiglia, a decidere sul da farsi per tenerla unita, ritrovandosi a prendere un comando senza mai averlo chiesto. Dai suoi pensieri traspare sempre un senso di paura costante, l’accadere di un destino inevitabile, prontamente ricacciati indietro a forza di pazienza, pentole e un’incrollabile rifiuto di arrendersi.

Per ultima, ancora una donna, ossia Rose of Sharon. È la figlia incinta della famiglia Joad, all’inizio quasi frivola, sognatrice di una vita migliore, ossessionata dal futuro con il marito Connie. Il suo gesto nel finale, un twist veramente inaspettato per come erano le aspettative sul suo personaggio, rappresenta il primo e unico atto di vera umanità di tutto il racconto. Umanità da sempre cercata dall’autore, unico fine del libro al di là della critica al sistema.

Il vero “personaggio” collettivo è però la famiglia che, passando appunto dall’io al noi, si allarga fino a diventare l’esempio dell’umanità intera. È tramite essa che Steinbeck veicola in maniera decisa la sua critica al sistema, già espressa negli articoli scritti per il liberale San Francisco News: la lotta di classe tra lavoratori poveri e grandi proprietari terrieri, la dignità umana di fronte alla povertà e all’oppressione, il sogno americano e il suo tradimento, la famiglia come nucleo di resistenza, l’umana solidarietà come unica forma di resistenza e sopravvivenza (“Un popolo che continua a vivere. Noi siamo il popolo… che continua. Non ci possono stroncare. Noi siamo la gente che vive. Scompariranno i ricchi, ma noi no. Noi si continua a camminare.” dirà Ma’).

Steinbeck non cerca ambiguità morale (o peggio ancora, amoralità) di fronte a condizioni estreme, ed è per questo che tormenta per tutto il racconto il povero Zio John con un senso di colpa per un evento drammatico accaduto nel passato di cui si sente direttamente responsabile. Inoltre affida a Jim Casy, l’ex predicatore che si unisce al viaggio, le chiavi filosofiche del libro: ha smesso di credere nella religione organizzata ma non nel sacro, ritrovandolo nelle persone, nella comunità e nell’idea che l’anima sia di tutti.

Lo scrittore americano alterna ai capitoli sulle vicende dei Joad dei capitoli “intercalari” più brevi, ma che contribuiscono a dipingere degli affreschi quasi saggistici sull’America in movimento: il mercato delle auto usate, la strada, la terra, le proteste delle persone, le banche. In questa maniera ci offre una visione più ampia del contesto storico e sociale, raccontando il viaggio della famiglia Joad come se fosse un esodo biblico, con quella polvere del deserto che ti rimane addosso per tutta la lettura ed un senso di impotenza davanti a chi non ha niente, grazie anche a una scrittura senza mezze misure, cruda e realistica.

Indipendentemente da come la si pensi, Furore è un libro che anche a distanza di ottant’anni è ancora tremendamente attuale e mantiene intatta tutta la sua forza espressiva. Perché basta sostituire “Okies” (così venivano chiamati in maniera dispregiativa chi proveniva dall’Oklahoma) con “migranti” e “dust bowl” con la parola che più si preferisce (clima, crisi economica, guerra) per accorgersi che il meccanismo è lo stesso: gente costretta a muoversi, accolta con diffidenza da chi ha paura di perdere qualcosa, usata finché serve e poi respinta. In attesa di un gesto di umanità.

John Steinbeck – Furore (Bompiani, 2024, 656 pp.)


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