A tutti i mali ci sono due rimedi: il tempo e il silenzio

Nell’articolo su Madame Bovary avevo scritto di aver letto il romanzo perché incuriosito da una citazione sentita ad un corso di scrittura. Una volta letto il libro, però, mi ero accorto che di questa citazione non vi era traccia nell’opera di Flaubert, ma la memoria mi aveva indirizzato verso, rullo di tamburi, Il Conte di Montecristo. Tuttavia, anche nell’opera di Dumas, di questo passaggio non c’è traccia. A questo punto, direi di lasciar perdere e, se un giorno mi tornerà a mente chiaramente, chiederò a Gemini di indicarmi il titolo del libro.

Non è che volessi leggere Il Conte di Montecristo solo per questo, ma ormai era entrato nella rotazione tra classici, recuperi e giovani proposte ed era comunque una lettura da smarcare. Al di là del traduttore, dovevo solo trovare una versione sostenibile, in quanto libri di questo genere, per contenere le pagine, vengono spesso stampati in caratteri microscopici. Questa edizione Mondadori, sebbene non recente, è comunque un buon compromesso tra la grandezza del testo e il numero di pagine, riuscendo a stare in mano senza il rischio di farsi venire un’epicondilite. Della storia sapevo poco o niente e, man mano che leggevo, ho voluto saperne sempre meno per evitare qualsiasi tipo di spoiler. È vero che Il Conte di Montecristo è un racconto che parla del male negli uomini, ma, presa di per sé, è anche una storia avvincente e ben congeniata.

Io per leggerlo mi ci sono messo “di buzzo bono” e, grazie alla suddivisione in capitoli relativamente brevi, l’ho portato a termine in soli due mesi di sveglie all’alba.

Ma andiamo con ordine. Come on guys!

Sulla nave mercantile Pharaon dell’armatore Morrel, il comandante Leclérc ha perso la vita. La nave è quindi costretta a fare una sosta forzata presso l’isola d’Elba. Morrel affida il ruolo di comandante al giovane marinaio Edmond Dantès, già uomo di fiducia di Leclérc.

La recente promozione urta la sensibilità di molti, suscitando la loro invidia. Danglars, lo scrivano di bordo, ([…] uno di quegli uomini calcolatori che nascono con una penna dietro l’orecchio e un calamaio al posto del cuore) avrebbe voluto essere nominato lui capitano; Fernand Mondego, cugino della sua bella fidanzata Mercédès, è accecato dalla gelosia, essendo innamorato anch’egli della ragazza; e infine, Gaspard Caderousse, vicino di casa del padre di Edmond, semplicemente invidioso del bene altrui.

I tre decidono così di vendicarsi: si ritrovano e scrivono una lettera anonima in cui accusano Dantès di essere un bonapartista. In quei giorni, infatti, Napoleone sta scontando il suo primo esilio all’Elba. La lettera, piena di calunnie, viene spedita e giunge nelle mani del sostituto procuratore Gérard de Villefort. Edmond viene così tratto in arresto durante il pranzo organizzato per il suo fidanzamento e, dopo un interrogatorio alquanto inutile e fittizio, viene condotto nello Chateau d’If, una fortezza-carcere costruita su un isolotto nel golfo di Marsiglia, dove il giovane è condannato a restarci a vita.

Ma “servono le sventure per scavare certe miniere misteriose nascoste nell’intelligenza umana; serve la pressione per far esplodere la polvere.”

In un intervallo di tempo che va dal 1815 al 1838, nel periodo storico in cui Napoleone viene esiliato all’Elba e da cui fuggirà per approdare a Parigi – città in cui si concentreranno la maggior parte degli eventi – l’abile scrittura di Dumas riuscirà a creare una trama fitta e stupefacente nella sua innaturale precisione, alla quale non sarà difficile appassionarsi. Ogni evento avrà la sua giusta collocazione, il che escluderà il banale e manterrà costante la tensione narrativa. Dumas fa entrare ed uscire continuamente di scena i suoi personaggi, ne racconta le azioni ed è poi abilissimo nell’intrecciare i diversi fili narrativi in una rete coesa e colorata: tutte le storie convergono in un unico, grande, disegno di vendetta. Se vi dicessi il suo autore vi farei un ingiusto spoiler, ma forse avete già capito di chi sto parlando. Se non lo volete sapere fermatevi qui.

Se le vicende dei personaggi sono un labirinto che prima o poi porterà a un unico centro, i temi affrontati saranno invece universali e complessi e si intrecceranno lungo tutta la narrazione.

La prima, centrale per lo sviluppo del romanzo, è la metamorfosi di Edmond Dantès nel misterioso e onnipotente Conte di Montecristo. In prigione, grazie all’Abate Faria, Edmond non acquisisce solo l’indicazione di una favolosa ricchezza e un’erudizione sconfinata, ma forgia una nuova identità. L’abate, uno dei migliori personaggi del libro (o almeno quello che per me ha avuto più significato), è un uomo di fede e d’intelletto, esempio dello spirito di sopravvivenza, ma che mette in guardia Dantès sul non confondere gli istinti naturali, come appunto la sopravvivenza (“La tigre che versa il sangue per natura, non ha bisogno che di una cosa ed è che il suo odorato l’avverta che vi è preda alla sua portata, si lancia verso questa preda, vi piomba sopra e la sbrana: questo è il suo istinto, lei obbedisce… Ma all’uomo, al contrario, ripugna il sangue: non solo le leggi sociali proscrivono l’omicidio, sono le leggi naturali che lo rigettano”) e il libero arbitrio (“Dio non va adorato così, Egli vuole chè lo si comprenda, vuole che si conosca la sua potenza; è per questo che ci ha dato il libero arbitrio” dirà successivamente il Conte di Montecristo a una ritrovata Mercédès).

In seconda battuta, è facile scovare nei nemici di Dantès la rappresentazione dei vizi umani, messi in scena contro una persona fin troppo dolce e semplice come marinaio Edmond Dantès. Il Barone Danglars rappresenta l’avidità e l’invidia, Fernand la gelosia e il tradimento, Villefort l’ambizione sfrenata e la corruzione del potere. Il romanzo è anche un affresco della società francese dell’epoca, con le sue dinamiche di classe, i segreti nascosti e la sete di ascesa sociale. Durante i famosi Cento Giorni di Napoleone e la seconda Restaurazione, a tutti questi personaggi non frega minimamente niente di cosa sia giusto o sbagliato, ma si affannano solamente nell’annusare l’aria che tira in Francia per capire da che parte stare.

Scendendo più in profondità, è centrale la figura di Hermine Danglars e il rapporto che ha con suo marito. La signora è una donna molto mondana e ha diverse relazioni di comodo, in particolare con Lucien Debray, un segretario del Ministero, che le fornisce informazioni riservate per giocare in borsa. Il rapporto tra i coniugi è basato sul denaro e la convenienza (“è da quattro anni che non siamo più marito e moglie”) e crolla definitivamente quando il Barone incomincia a perdere ingenti somme di denaro a causa di informazioni false. Danglars ha il profondo sospetto che queste informazioni provengano da un telegramma manipolato e che sua moglie le abbia ricevute proprio dal suo amante, in un giro di invidie politiche in quanto lo stesso Debray era segretario del Ministro. Nello spazio di qualche pagina, i due litiganti si rinfacciano di tutto (“Una volta per tutte, signore,” riprese aspramente la baronessa “vi ho detto di non parlarmi mai di bilancio. Questo è un linguaggio che non ho imparato in casa dei miei genitori, né in quella del mio primo marito.” “Lo credo bene,” disse Danglars “non avevano un soldo né gli uni né l’altro!”) ma è chiaro come l’avidità e la cecità nei confronti dei tradimenti della moglie lo abbiano reso vulnerabile. Questa scena è il culmine del loro rapporto tossico e segnerà l’inizio della fase finale della vendetta del Conte, il vero autore delle manipolazioni finanziarie, nei confronti di Danglars.

Infine, il male che, unito al piano della vendetta, arriva con forza nella storia, si diffonde in modo contagioso e distruttivo, specialmente nella vicenda che coinvolge la famiglia del giudice Villefort. La sua casa, anziché essere un luogo di giustizia e ordine, si trasforma in un “regno della maleficenza” dove avvengono ben quattro avvelenamenti, con la morte dell’assassina stessa e persino del figlio innocente, a dimostrazione che il male descritto da Dumas non fa prigionieri. Mosso dall’ingiustizia subita in gioventù (“Vi sono delle esistenze predestinate alle quali il primo errore spezza tutto l’avvenire”), Dantès non si fermerà mai nell’attuare il suo piano, salvo poi chiedersi quali effettive soddisfazioni ne potrà ricavare (L’odio è cieco, la collera sorda, e colui che vi mesce la vendetta, corre pericolo di bere una bevanda amara).

La vera forza di Dumas sta nella sua capacità di descrivere i dialoghi e di far trapelare le emozioni, disegnando sguardi e sorrisi in modo così vivido da farci sentire, noi che leggiamo, come se fossimo appollaiati sulle spalle dei personaggi. Con un linguaggio scorrevole, mai ricco di fronzoli, ma non per questo banale (anche se nella parte centrale si dilunga un po’ sulle frivolezze della società parigina, complice il fatto di essere uscito a puntate con l’autore pagato un tanto a parola), Dumas si traveste da narratore onnisciente senza mai anticiparci nulla. Un’astuzia narrativa non da poco è quella di raccontare i fatti sempre secondo la versione degli altri, che sia il racconto di un ricordo o un dialogo nel presente, e di tenere dietro le quinte il Conte di Montecristo, le cui azioni verranno svelate solo quando avranno il loro impatto nella realtà in cui i protagonisti vivono.

I personaggi sono tanti, e tante sono le storie a essi legate, e per questo il libro va preso di petto, magari aiutandosi con qualche testo online per tenere bene a mente tutti gli eventi che si sono succeduti, senza però scoprire troppo di cosa succederà nel futuro.

L’innocenza tradita, il colpo di fortuna, la strategia della vendetta, trasformeranno l’innocente marinaio in una sorta di angelo vendicatore (l’agente della Provvidenza”, come a volte si definisce), un burattinaio, un deus ex machina, un manovratore, un soffio di morte con un pallore ormai irrecuperabile vista la lunga prigionia nella quasi totale oscurità. Il progetto non può essere accantonato: deve essere portato a termine con spietata lucidità, approfittando delle debolezze e delle inconfessabili verità che condannano i quattro traditori.

L’esperienza e il dolore hanno plasmato Edmond Dantès, facendone un osservatore cinico ma profondamente perspicace della natura umana. Tutti, sin da subito, stanno dalla parte di Dantès, ma, proseguendo nella lettura, mi è sorto un dubbio: non poteva semplicemente godersi il tesoro e rifarsi una nuova vita? In fondo, erano passati più di tre lustri dall’inizio della vicenda e avrebbe potuto mutare la sfortuna di essere stato ingiustamente incarcerato nella fortuna di aver trovato un tesoro inestimabile. Fino a che punto si può ottenere soddisfazione dalla giustizia ottenuta tramite la vendetta e quando questa inizia a causare sofferenza agli innocenti?

È nella frase “avrei dovuto strapparmi il cuore il giorno in cui decisi di vendicarmi!” che, nel crepuscolare finale del romanzo, si nota chiaramente quanto Dantès si sia reso conto dei limiti della sua particolare giustizia, ma, pur non abiurando, voglia comunque dare un messaggio di speranza: “solo chi ha provato l’estremo dolore può gustare la suprema felicità. Bisognava aver bramato la morte per sapere quale bene è vivere. Vivete dunque e siate felici, figli prediletti del mio cuore, e non dimenticate mai che, fino al giorno in cui Iddio si degnerà di svelare all’uomo l’avvenire, tutta l’umana saggezza sarà riposta in queste due parole: aspettare e sperare.”

Il Conte di Montecristo non lo scopro di certo io, ma è stato indubbiamente interessante scoprire come Dumas, narrando le vicende del suo Edmond Dantès, sia riuscito ad aprire uno squarcio su vicende presenti nell’animo umano da sempre come la vendetta, la giustizia, il perdono, il potere della conoscenza, dal destino alla provvidenza, dall’amore alla lealtà.

 Mai libro letto per sbaglio fu più giusto.

Alexandre Dumas – Il Conte di Montecristo (Oscar Classici Mondadori, 2017, 1140 pp.)


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